Dibattito sugli aiuti economici: prima in un paradiso fiscale, poi salvato dallo Stato?

Da: Süddeutsche Zeitung, di Frederik Obermaier und Klaus Ott | Leggi nel sito |

Alcune aziende vogliono soldi dallo Stato durante la crisi, ma usano i paradisi fiscali.
I nuovi dati mostrano il numero di filiali delle società DAX (Il DAX 30 – Deutsche AktienindeX 30 – è il segmento della Borsa di Francoforte contenente i 30 titoli a maggiore capitalizzazione n.d.r.) nei paesi a bassa imposizione fiscale.

Ci sono circa 8000 chilometri dalla Germania alle Isole Cayman. Anche quando non c’era il Corona, Lufthansa non ha mai volato direttamente verso le isole dei Caraibi. I passeggeri hanno dovuto fare scalo e appoggiarsi ad altre compagnie aeree. Ciononostante, Lufthansa è ancora presente nello stato caraibico – con una propria controllata, Inflite Holdings (Cayman) Ltd. con sede a Grand Cayman.

Altre ramificazioni si trovano anche in altri paradisi fiscali. Le filiali vengono fondate “ovunque ciò sia necessario per ragioni operative, anche a Panama, nelle Isole Cayman, nel Delaware o in altre località”, spiega Lufthansa.

In risposta a un’indagine dettagliata di SZ e della rivista politica WDR “Monitor”, la compagnia aerea non rivela molto di più. La più grande compagnia aerea tedesca non rivela se è disposta a pubblicare i flussi di cassa del gruppo da e verso le controllate nei paesi a bassa tassazione. Né dice cosa ne pensa delle richieste che gli aiuti di Stato a favore della corona per le imprese siano incompatibili con il fare affari nei e attraverso i paradisi fiscali. “Non facciamo commenti su questo punto”, è la risposta standard di Lufthansa. La compagnia aerea è in grave crisi a causa del Corona. L’azienda sta negoziando con il governo tedesco per ottenere aiuti miliardari. Il denaro del fisco dovrebbe salvare Lufthansa, ma Lufthansa non ama affrontare una discussione sulle proprie pratiche fiscali. Potrebbe però doverlo fare presto.
Diversi paesi hanno annunciato nei giorni scorsi che potrebbero non voler concedere aiuti di Stato alle aziende che utilizzano i paradisi fiscali. In Germania, la SPD, i Verdi e il Partito della Sinistra (die Linke) hanno avanzato richieste simili. I Verdi hanno già presentato una mozione in tal senso al Bundestag, die Linke seguirà l’esempio la prossima settimana.

Con la sua Kaiman-Firma (gioco di parole “compagnia-predatrice”-“compagnia alle isole Caiman” n.d.r.), Lufthansa non fa eccezione. Tutte le 30 società quotate nell’indice azionario tedesco DAX, e quindi tra le principali società del paese, hanno filiali in paesi a bassa imposizione fiscale – in altre parole, in paesi che sono o nella lista nera dell’UE o sono classificati come paradisi fiscali dall’organizzazione non governativa Tax Justice Network. Così, da un’indagine del gruppo parlamentare della die Linke, risultano presenti in questi paradisi dalla Adidas alla Deutsche Bank, die Poste, Siemens e Volkswagen. Die Linke ha valutato i rapporti annuali delle aziende e le loro pubblicazioni sul Bundesanzeiger. “Questi escamotage fiscali fanno parte del modello di business di tutte le 30 società DAX”, dice Fabio De Masi, membro del Bundestag per die Linke. Diverse aziende smentiscono.

Secondo l’analisi, 18 delle 30 società DAX sono attive con 110 filiali in paesi che sono sulla lista nera dell’UE. L’outlier qui è la Deutsche Bank: delle sue 47 società, tutte tranne una,e si trovano alle Isole Cayman. La Deutsche Bank dice che si attengono “rigorosamente al quadro giuridico”.
+In base ai criteri del Tax Justice Network, tutte le società DAX hanno complessivamente oltre 1.000 filiali in paesi come il Lussemburgo, la Svizzera, i Paesi Bassi e altri paesi, noti per la loro bassa tassazione degli utili aziendali. Tali stati hanno permesso a molte società di spostare i profitti e di ridurre drasticamente il pagamento delle tasse.
+Dall’analisi della sinistra non è possibile capire se le società DAX utilizzano o meno le loro filiali in tali paesi per questo scopo. SZ e Monitor hanno intervistato circa la metà delle 30 aziende DAX. Aziende come Adidas, Allianz, BASF, Beiersdorf, BMW, Continental, Fresenius, Heidelberg Cement, RWE e Volkswagen negano i trucchi fiscali. Bayer, Daimler e Siemens indirettamente lo negano. Bisogna notare che fra le società DAX, non tutte hanno richiesto i fondi per la Corona-Krise, come ad esempio la SAP (azienda di software n.d.r.) e Bayer.

Ma l’analisi della die Linke illustra un problema fondamentale: molti trucchi fiscali sono legali – a quanto affermano i loro difensori – ed è difficile verificarlo. È vero che le aziende devono comunicare alle autorità in quale paese pagano le tasse. Ma le cifre rimangono sotto chiave, soprattutto su indigazione del governo federale CDU-SPD.

“Quasi tutte le grandi aziende tedesche utilizzano i paradisi fiscali e vi trasferiscono parte dei loro profitti”, dice Ralf Krämer del sindacato Verdi. Il pubblico deve sapere “dove le aziende realizzano i loro profitti, dove li spostano e quante tasse pagano”, spiega Karl-Martin Hentschel dell’alleanza sociale ed ecologica Attac. I sostenitori di una maggiore trasparenza ritengono inoltre che la divulgazione di queste informazioni consentirebbe di esercitare pressioni pubbliche sulle aziende che imbrogliano sulle tasse.+
Le società DAX difendono le loro pratiche fiscali, usando una buona dose di retorica. “Siamo convinti che la nostra strategia fiscale sia in linea con una governance aziendale sociale, buona e responsabile”, scrive la società automobilistica Daimler, ad esempio. “Sosteniamo gli approcci di politica fiscale che prevengono le pratiche abusive”. BMW dichiara di non utilizzare modelli di strutturazione fiscale “creativa”. Volkswagen “è e rimane”, secondo la sua stessa dichiarazione, “un contribuente affidabile”. Allianz sostiene di non perseguire “strategicamente” l’utilizzo dei paradisi fiscali per ridurre i propri pagamenti fiscali.

Nel sondaggio a campione, la maggior parte delle aziende Dax contattate ha risposto in modo molto dettagliato. Tuttavia, c’è un punto su cui, nonostante i ripetuti tentativi, quasi tutte le aziende sorvolano : la questione della divulgazione degli incassi. Questa è “principalmente una decisione politica e non una decisione aziendale”, dice BMW. “Solo le autorità fiscali” sono in grado di giudicare se è stato pagato un importo adeguato di tasse, dice BASF. Una pubblicazione di quanto viene pagata l’imposta ed in quale paese “attualmente non è prevista”, dice Fresenius. Solo poche aziende come Siemens dichiarano esplicitamente che non riveleranno nulla, a meno che non sia richiesto dalla legge.

Se si includono i paradisi fiscali europei, allora tutte le società DAX sono interessate. SPD, Verdi e Die Linke chiedono trasparenza con parole decise. “Chi vuole ricevere il denaro delle tasse non deve calpestare la giustizia fiscale”, dice l’eurodeputato verde Sven Giegold. Secondo il ministero federale delle Finanze, l’elusione fiscale attraverso l’uso di paradisi fiscali è già stata “impedita da regolamenti contrattuali” per quanto riguarda l’accesso ai “fondi-Corona” della Banca Statale per lo sviluppo KfW. In Francia, il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, spiega che le società con sede in un paradiso fiscale o le filiali in un paradiso fiscale non possono “ovviamente” beneficiare di aiuti di Stato. In Austria, i due partiti di governo ÖVP e i Verdi vogliono un divieto legale di pagamento degli aiuti alle imprese “la cui sede legale o la sede delle loro società madri si trova in uno Stato” che è sulla lista nera dell’UE. Piani simili sono previsti in Danimarca e Polonia.

La lista nera dell’UE ha però una fregatura: mancano i più importanti paradisi fiscali, soprattutto quelli europei. E questo nonostante il fatto che dalla Germania fluisca molto più denaro verso i paesi europei a bassa tassazione che, per esempio, lo stato del Pacifico di Palau. Secondo un calcolo effettuato dai ricercatori delle università di Berkeley e Copenaghen, le autorità fiscali tedesche stanno perdendo la maggior parte dei loro soldi perché le aziende stanno trasferendo gli utili in Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svizzera.

L’organizzazione non governativa Tax Justice Network ha quindi creato da tempo una propria classifica: il Corporate Tax Haven Index. Descrive i paradisi fiscali che le multinazionali preferiscono utilizzare. In cima alla lista ci sono le Isole Vergini britanniche, seguite da Bermuda e Cayman, Paesi Bassi, Svizzera e Lussemburgo. Nei primi 10 paesi ci sono filiali di uno o dell’altro gruppo DAX, senza eccezioni.

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