Speciale Coronavirus con Silvio Paone

Incontro con Silvio Paone 14/06/2020, biologo dottorato in microbiologia, malattie infettive e sanità pubblica, collabora con la pagina fb “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”.

Riproponiamo di seguito i video estratti dalla discussione con Silvio Paone durante l’evento telematico del 14/06/2020 organizzato da Diasphera


Cos’è un coronavirus, come si trasmette e cosa sappiamo oggi sul virus e sulla malattia.

Che differenza c’è tra un tampone e un test sierologico? Perchè non si fanno a tutta la popolazione? Come si analizzano i tamponi? Che certezza scientifica hanno?

Dobbimo aspettarci una seconda ondata di contagi in autunno? Come ci stiamo preparando?

Il virus circolava già da ottobre?

In Germania riaprono le scuole e senza particolari restrizioni, scelta azzardata? Diversità di approccio tra i vari paesi europei, chi punta all’immunità di gregge?

Abbiamo riscoperto l’importanza della sanità pubblica, della programmazione e della sorveglianza sanitaria, troppo tardi? Cosa non ha funzionato nell’eccellenza sanitaria lombarda? Cosa hanno fatto le strutture sanitarie private per aiutarci a combattere il Covid? La prima linea del personale sanitario contro il virus, ripagati con applausi e retorica?

Cosa cambierà nelle nostre abitudini? Continuerà l’attività della vostra pagina “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”?

‘Non sarebbe successo a un deputato bianco’: la polizia di Bruxelles accusata di razzismo

Continua la serie di denounce che vede coinvolta la polizia belga, a cui sono imputati diversi atti di violenza .

Pierrette Herzberger-Fofana, europarlamentare tedesca, presenta una denuncia contro la polizia di Bruxelles per essere stata trattata duramente durante un controllo della polizia martedì 16 Giugno.

Mercoledì pomeriggio, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, la settantunenne tedesca di Die Grüne (i Verdi), nata in Mali, ha parlato di ciò che le è successo a Bruxelles.

Intorno alle 14:30 di martedì pomeriggio, la Herzberger è arrivata alla Gare du Nord di Bruxelles in treno e ha visto nove agenti di polizia controllare due giovani neri sul retro della stazione. Gli agenti stavano controllando le persone nel quartiere dopo che un uomo è stato colpito con una barra di ferro durante una rissa lo scorso fine settimana ed è finito in ospedale, riferisce il giornale De Morgen.

Quando gli agenti hanno visto Herzberger che li puntava al cellulare per fare delle immagini, hanno fermato anche lei. “Quattro poliziotti armati mi hanno brutalmente spinto contro il muro, violentemente preso la mia borsa, perquisito il mio portafoglio, confiscato il mio telefono “, ha detto nella sua denuncia, secondo il giornale.

“Un poliziotto mi ha detto di stare contro il muro con le gambe aperte, mani contro il muro. Voleva perquisirmi (…) Parlava tedesco e gli ho detto di non toccarmi. La sua risposta: Contro il muro. Io faccio quello che voglio, tu rimani lì”.

Poi è stata perquisita da un ufficiale donna, e un altro ha gettato il contenuto della sua borsa a terra. Hanno perquisito il suo zaino e anche una valigia.

Tuttavia, secondo la zona di polizia Bruxelles-Nord, gli agenti hanno cercato di assicurarsi che il controllo fosse effettuato con calma. “I nostri agenti hanno agito professionalmente”, ha detto un portavoce De Morgen. “Filmando, la donna è stato coinvolta nel controllo. Inizialmente ha rifiutato di dare i suoi documenti di identità”, hanno aggiunto.

Tine Destrooper, professore di Diritti Umani all’Ugent, tuttavia, ha assistito al controllo e ha scoperto che è stato effettuato così duramente che anche lei ha tirato fuori il suo telefono registrare delle immagini, quando ha visto una donna di colore essere violentemente spinta contro il muro.

“Un poliziotto mi ha urlato che non mi era permesso filmare, ma sono stati sfortunati, io conosco i miei diritti”, ha detto Destrooper a De Morgen. Filmare un controllo della polizia è permesso in Belgio.

Pubblicato in origine su bruxellestime.com

Aiutiamo il plesso scolastico Pertini

Comunicato stampa

Lo scorso 7 maggio 2020, il plesso scolastico palermitano  “Pertini”  che fa capo all’ Istituto Comprensivo Statale “Sperone-Pertini”è stato oggetto di un vile attacco vandalico che ne ha distrutto un in tero piano, faticosamente rimesso a nuovo e reso funzionale a molteplici attività negli ultimi anni.

Una scuola che non può svolgere il suo ruolo per garantire la crescita, la formazione e il riscatto delle giovani generazioni è una ferita che va curata e guarita al più presto con l’aiuto di tutti i cittadini di buona volontà.

Per aiutare la scuola Pertini a ricominciare le sue attività, esprimendo una solidarietà concreta, le associazioni di italiani all’estero ACLI Francia, ANPI di Francoforte, Basta!  Belgian Antimafia: Steps Towards Awarenes (Bruxelles), Cultura Contro Camorra (Bruxelles), Diasphera, per un network della diaspora italiana, Filef (Federazione Italiana Lavoratori e Famiglie), Filef Nuova Emigrazione Belgio, Gramsci BXL (Bruxelles), Istituto Fernando Santi , PassaParola Magazine (Lussemburgo), Rete Giovani Italiani in Belgio, Solidali Francoforte, USEF (Unione Siciliana Emigrati e famiglie) supportano una campagna di raccolta fondi /crowdfunding per donare alcune delle apparecchiature audio (casse, microfoni, mixer) distrutte dai vandali e che serviranno a rendere nuovamente fruibile l’ aula magna della scuola.

Il 18 giugno 2020 alle ore 18.30 è convocata una conferenza stampa virtuale per il lancio della iniziativa alla presenza di alcune associazioni del comitato promotore, della preside Antonella Di Bartolo e di Franco La Torre. La diretta streaming avverrá sul gruppo facebook dell’ iniziativa “Le nostre mani per la scuola”

La campagna di donazioni é giá attiva sulla piattaforma Produzioni dal Basso.

Per donare QUI

Contatti:

E-mail: lenostremaniperlascuola@gmail.com

Tel.:+32472098231

Nel riprogettare il Paese questa volta non si dimentichi l’emigrazione italiana

di Rodolfo Ricci *

Pubblicato il 09/06/2020 su Emigrazione Notizie

di Rodolfo Ricci*

Nelle diverse occasioni di uscita dalle crisi che hanno sconvolto l’Italia fin dalla sua unità, l’emigrazione è stata una delle variabili centrali: nel senso – molto negativo – di usarla come un decongestionante, come una sorta di antinfiammatorio, agevolandola e addirittura di incentivandola in modo mirato. E’ avvenuto alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900 e, ancora in modo esplicito, nel secondo dopoguerra, quando si invitarono le masse inoccupate e contadine a “imparare una lingua e andare all’estero”.

Forse in pochi lo ricordano, ma anche a ridosso del nostro presente, la cosa si è di nuovo ripetuta, solo 8 anni fa, con il messaggio lanciato ai giovani italiani da Mario Monti, in sede di investitura a Presidente del Consiglio, “a prepararsi ad una nuova mobilità nazionale ed internazionale”. Cosa che anche questa volta è puntualmente avvenuta, portando all’estero, nell’arco di un decennio quasi 2 milioni di persone e un altro milione dal sud al nord.

Sugli effetti di questo ultimo esodo si è parlato poco e talvolta a sproposito, individuandone la novità nella brillantezza dei “cervelli in fuga” e coniando perfino nuovi termini sostitutivi dell’antiquata “emigrazione”, con la libera mobilità degli “expat”.

Ma sempre di emigrazione si è trattato, a rinverdire quella antica caratteristica del sistema Italia a non sapere valorizzare al suo interno la risorsa fondamentale: il lavoro e l’intelligenza delle persone in generale e quella delle nuove esuberanti generazioni in particolare.

Carlo Levi in un famoso discorso al Senato di 50 anni fa, diceva che si trattava di una questione strutturale, legata all’arretratezza del nostro capitalismo e delle sue classi dirigenti istituzionali e politiche le quali, piuttosto che modificare in senso progressivo la struttura di classe del paese per un sviluppo più giusto e equilibrato, preferiva far evacuare fuori dal meridione e all’estero ciò che considerava sovrabbondanza di popolazione, senza neanche darsi la briga di calcolare la perdita di patrimonio umano di questa scelta che, solo nell’ultimo decennio, è ammontata a svariate decine di miliardi di Euro all’anno ed ha comportato una flessione del Pil, l’accelerazione del decremento demografico e i paralleli ed ovvi vantaggi strutturali per le aree e i paesi di arrivo dei nostri nuovi emigrati, con i quali noi dovremmo “competere”.

Ora, con l’ennesima crisi targata Covid-19, da più parti, con diversa accentuazione e sensibilità e anche con vari equilibrismi e una certa confusione, si prova a ripensare tutto. Forse si tratta dell’ultima chance o, comunque, i termini di uscita da questa ennesima crisi definiranno il profilo da ora fino al 2050.

E’ da auspicare con forza che questa volta venga messa da parte definitivamente l’obsoleta soluzione di lasciare partire la gente, sia perché, come abbiamo visto, le decine di migliaia di medici e infermieri che abbiamo in silenzio lasciato emigrare verso l’Inghilterra o la Germania negli ultimi 15 anni sarebbe bene che restino o tornino da noi, sia perché, per il nuovo sviluppo orientato ad un new green deal ecologicamente sostenibile, abbiamo bisogno dei ricercatori (che abbiamo formato a nostre spese in tanti settori), sia perché le start-up e tutto il ventaglio di nuova imprenditoria è bene che nasca e si sviluppi e crei lavoro sul suolo natio, sia infine, perché è fuori da ogni ragionevole luogo che laureati e diplomati nostrani vadano a sperimentare il precariato oltre confine contribuendo, tra l’altro, al dumping sociale sul costo del lavoro su cui è costruita la ossessiva dinamica competitiva tra sistemi produttivi, in Europa come altrove.

Per quanto riguarda l’Europa di Schengen, vale la pena ricordare, a scanso di equivoci, che “la libera circolazione” è libera se non è forzata ed unidirezionale, altrimenti è una frottola bella e buona.

L’invito è dunque quello di valutare la questione emigratoria all’interno di ogni passo per il “rilancio” che si farà con il decisivo intervento (era ora e speriamo) di programmazione dello Stato nelle sue varie articolazioni.

La crisi da coronavirus ha costretto a tornare in Italia o nelle regioni di origine decine di migliaia di giovani che hanno perso il lavoro che avevano nelle regioni del nord o all’estero. Sarebbe il caso di conoscere il numero complessivo (alcune stime parlano di oltre 100 mila persone rientrate nei tre mesi di lock down), visto che soltanto in Calabria sembra che ne siano tornati almeno in 20mila. E’ utile ricordare, tanto per fornire un elemento di confronto, che al 1° gennaio 2019, secondo l’Istat, la popolazione residente in Calabria è di 1,95 milioni, mentre i calabresi all’estero sono 413 mila. In Sicilia, su 5 milioni di residenti, abbiamo 768 mila siciliani all’estero.

Dal 2008 al 2017, sempre secondo Istat/Aire, si sono trasferiti nel centro-nord quasi un milione di persone, con un saldo negativo di – 430 mila persone. Invece verso l’estero sono partite 750 mila persone, con un saldo netto negativo di circa – 417 mila persone. Secondo diversi istituti di ricerca e associazioni dell’emigrazione che hanno fatto una media ponderata tra i dati Istat e i dati di accesso registrati dai maggiori paesi di emigrazione, la parte che va all’estero è invece tra il doppio e le tre volte il dato italiano. In questo caso il saldo negativo verso l’estero, negli anni indicati, sarebbe tra 1 e 1,25 milioni.

Sarebbe dunque molto opportuno che né i pochi rientrati, né altri, siano costretti a ripartire, ma che abbiano la possibilità di trovare occasioni di lavoro immediato e dignitoso nei luoghi di origine.

Le Consulte Regionali dell’Emigrazione dovrebbero attivarsi immediatamente per porre la questione e svolgere la loro funzione istituzionale prevista dalle diverse legislazioni regionali.

Ed è da auspicare che gli stessi emigrati che stanno tornando si organizzino per rappresentare in autonomia i loro bisogni e i loro diritti all’interno dei movimenti che, un po’ dovunque, chiedono un cambio di passo delle politiche sociali e di sviluppo locale.

Poi c’è il versante di coloro che all’estero sono rimasti: dei 60 milioni di italiani, secondo i dati delle anagrafi consolari 6 milioni sono stanzialmente all’estero. Solo 15 anni fa erano 3 milioni. Ma poi vi sono anche quelli non registrati nelle cancellazioni di residenza che, come accennato, sono un altro milione e più.

Stiamo parlando dunque di oltre il 10% della nostra popolazione, in possesso di cittadinanza. Si tratta di una regione fuori confine, seconda solo alla Lombardia per dimensioni, ma con vincoli forti e stabili con l’Italia, semplicemente perché sono italiani.

Cosa si fa, come si coinvolge questa presenza diffusa ai quattro angoli del pianeta nella riprogettazione del paese? Non si tratta forse di una occasione straordinaria per la costruzione di moderne ed efficaci relazioni, di mutuo e reciproco riconoscimento di diritti e di potenzialità che possono essere messe in campo?

In campo dove? si dirà…: intanto al sud, intanto nelle ubique aree interne di tutto lo stivale, in via di avanzato spopolamento, intanto nella promozione di un modello di turismo sostenibile, del made in Italy in generale, nel sostegno all’export delle piccole e medie imprese, delle produzioni locali e tipiche, insomma, in ogni ambito di relazioni internazionali in cui il sistema Paese, le sue regioni, le sue aree svantaggiate, dovranno necessariamente esercitarsi.

E come si fa? con quali soldi? visto che dobbiamo prepararci di nuovo ad essere parsimoniosi e attenti. Su questo vorrei essere più netto: coinvolgere seriamente l’emigrazione italiana in queste politiche e misure attive, costa una frazione di quanto costa ampliare le prerogative di tanti carrozzoni onnicomprensivi o di altri da mettere in piedi per alimentare, magari, spartizioni e clientele. Qui le istituzioni e burocrazie centrali e regionali dovrebbero fare attenzione: hanno a disposizione un patrimonio multiculturale di giovani generazioni italiane che è pronto a diventare un attore del rilancio del paese. Ed hanno anche un’occasione: quella di mettersi alla prova su efficienza e ottimizzazione di una quota di spesa pubblica evitando di spendere in modo ridondante e inopportuno, oppure in modo insufficiente, visto che da decenni non riusciamo a spendere la quota che ci spetta di Fondi comunitari…

E con chi si ragiona su tutto ciò? Questi 6 o 7 milioni di italiani all’estero hanno le loro rappresentanze, dimenticate o ignorate da tempo, ma ce le hanno: quelle nazionali e quelle regionali. E poi hanno le loro organizzazioni, nazionali e regionali, che in tempi più sensati degli attuali sono state quantomeno audite. Ecco, almeno riprendetevi il tempo di ascoltarle. Potreste scoprire, o riscoprire, cose dimenticate o completamente ignorate. Nella permanente miopia, per usare un eufemismo, che ha caratterizzato oltre un secolo di mediocre storia nazionale.

*) Segr. FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione), Vice Seg. del CGIE

Il Belgio di nuovo in guerra

Con il necessario sostegno dell’estrema destra e contro le Nazioni
Unite, il Belgio si lancia nuovamente in un’avventura militare
illegale.

Martedì 09 giugno una maggioranza dei deputati della Commissione Difesa
della Camera si è espressa a favore dell’ utilizzo di 4 bombardieri F-16 e 95 militari in Iraq e Siria per una periodo di un anno per missioni di riconoscimento e operazioni di attacco e di supporto aereo alle truppe di terra.

Mentre la Camera dei Rappresentanti si riuniva ancora una volta coinvolta nel processo di decisione di entrata in guerra del nostro paese, l’occasione è stata persa ancora una volta per dare a questo problema la giusta risonanza e per dare all’Unione Europa un ruolo.
Invece abbiamo avuto un dibattito nascosto, in piena crisi sanitaria, in concorrenza con due proposte di risoluzione che dicevano, alla fine, la stessa cosa. A questo proposito la risoluzione che alla fine è stata approvata
cerca di trovare una giustificazione legale per questo intervento.

Ci sono voluto i voliti dell’estrema destra , affinché i rappresentanti del popolo belga approvassero una nuova entrata in guerra del nostro paese, . Voti necessari per accettare questa nuova missione militare illegale e in opposizione frontale con tutte le attività politiche e umanitarie svolte dalle Nazioni Unite negli ultimi mesi.

Questo laoro delle Nazioni Unite per avere una speranza di successo, richiede un cessate il fuoco immediato nella regione, come ha ricordato solo tre settimane fa la delegazione diplomatica belga al Consiglio di sicurezza dell’ONU, . Il Belgio intende lanciarsi nuovamente in un’avventura militare pericolosa, su richiesta e sotto la direzione degli Stati Uniti che, sotto la presidenza del sig. Trump, conducono una politica caotica nei confronti della Siria e dell’Iraq, a dispetto del diritto internazionale e delle popolazioni locali.

Il movimento per la pace spera che questa risoluzione non impedisca al
governo – tanto più che è ancora un governo
minoritario e che dovrebbe occuparsi solo degli affari correnti. – di ritornare alla ragione e dentro i limiti del diritto internazionale e al rispetto del lavoro delle Nazioni Unite per la stabilizzazionee la pacificazione della Siria e dell’Iraq.

Agire per la pace, CNAPD, CSO, Intal, MCP, Pax Christi Vlaanderen, Vrede vzw

Dobbiamo inventare un nuovo mondo

Pubblicato su MigranNews (qui) in lingua francese. Intervista realizzata da Giulia CarlitoY Romo e Dominique Bela

Sociologo, ricercatore, il nostro ospite, esperto in migrazione, chiede una coscienza politica in cui le ricchezze siano equamente distribuite, al termine della crisi sanitaria mondiale.

Migranstory/ Julia Garlito Y Romo: Le autorità belghe stanno riflettendo su un’uscita organizzata dal confinamento. Quali sono, secondo lei, le lezioni positive che si potrebbero trarre?

Marco Martiniello: Era tempo che il governo deconfinasse, da più di due mesi le persone erano rinchiuse in casa, tranne quelle che erano sul fronte per continuare a far funzionare la nostra società (il settore medico, l’edilizia). Stare a casa quando si ha una villa con piscina e un ampio giardino, non è un problema, quando si vive in un piccolo appartamento senza balcone con la famiglia, è molto più difficile

Di fronte agli indicatori sanitari relativamente buoni, credo che il governo non avesse altra scelta. Spero in un effetto positivo per la società. Le persone potranno iniziare a lavorare, guadagnare soldi, lottare contro il rischio di povertà che è aumentato durante questa crisi.

Bisogna fare un discorso di speranza, essere positivi, ma non bisogna dimenticare che la situazione è molto preoccupante. Non mi riferisco in particolare alla situazione sanitaria, ma alla situazione socioeconomica e politica. Si è visto che questa crisi rivela l’enorme ampiezza delle disuguaglianze di cui soffre una parte della popolazione più vulnerabile, tra cui spesso le popolazioni migranti, i richiedenti di asilo, i clandestini. Una delle sfide principali sarà cercare di immaginare come si può risolvere questo problema. Bisogna essere positivi, avere speranza, ma anche sapere che le cose non risolvono da sole. Credo che tutti debbano essere mobilitati affinché si impari qualcosa da questa crisi e forse la prima cosa che si dovrebbe imparare è che bisogna prepararsi molto meglio, anticipare i problemi e soprattutto questo tipo di problema! Si vede che la maggior parte dei paesi non era assolutamente pronta ad affrontare questo tipo di crisi.

Migranstory/ Dominique Bela: Come implementare in modo duraturo la solidarietà osservata durante questa crisi verso le persone vulnerabili, i migranti, gli «anziani»? 

MM: Questa è davvero una sfida estremamente importante. Perché durante questa crisi si è visto da un lato della stigmatizzazione di alcune persone, ricordate all’inizio della crisi, atteggiamenti razzisti nei confronti dei cinesi! La gente non osava più andare al ristorante cinese pensando di prendere il virus, il che non ha assolutamente senso. Gli stranieri sono stati stigmatizzati come potenziali portatori della malattia. E l’estrema destra ha voluto comunque approfittare di questa situazione, questo è il lato negativo. D’altra parte, abbiamo anche visto, come lei ha detto, slanci di solidarietà, persone che nel quartiere si rendevano conto che tutti erano sulla stessa barca, che bisognava raggrupparsi per cercare di resistere meglio. Abbiamo visto donne rifugiate cucire maschere per tutti, per distribuirle alla comunità! Ciò dimostra il coinvolgimento dei richiedenti asilo e dei rifugiati nella società belga.

Vogliono contribuire e con questi segni di solidarietà lo hanno fatto. Abbiamo visto anche, tra le lavoratrici e i lavoratori in prima linea, molte persone immigrate o di origine immigrata che hanno contribuito a far girare questo paese. Penso che dobbiamo ricordarlo alla popolazione, ricordare che siamo tutti, su questa terra, sulla stessa barca. Se la barca affonda, tutti noi, indipendentemente dal colore della nostra pelle, della nostra religione, ecc affondiamo. Penso che dobbiamo mantenere questi meccanismi di solidarietà, amplificandoli nel lungo periodo. Su questo punto dobbiamo essere attenti:   l’essere umano dimentica rapidamente! Spesso tendiamo a tornare sui nostri passi, non impariamo dalla storia, credo che sia un vero pericolo. Penso che spetti a ciascuno di noi, a ogni cittadino/a, ricordare questa solidarietà, questo bisogno di solidarietà, di uguaglianza, di lotta contro le discriminazioni, che fa sì che la società insieme possa migliorare.

MS/ JGYR: La rivendicazione per la regolarizzazione dei clandestini è rilanciata in questo periodo di emergenza sanitaria legata al Covid 19. Cosa pensa che giustifichi questa agenda? Secondo lei, quali sarebbero i vantaggi di una regolarizzazione di massa?

MM: Per me, la presenza in un territorio di persone senza alcun riconoscimento, senza alcun diritto, con un accesso molto limitato a tutti i servizi, in particolare i servizi sanitari, ecc., rappresenta una sfida cruciale per la democrazia. Non si può tollerare che ci sia gente senza documenti, senza permesso di soggiorno, senza avere la possibilità di contribuire alla società. Questo tipo di crisi sanitaria non si risolve se si rafforza l’accesso al sistema sanitario per tutti, a prescindere dallo status giuridico. Ovviamente è ancora meglio se tutti possono avere uno statuto, possono avere i loro diritti. Una prima ragione per la regolarizzazione massiccia dei clandestini è che, come dicevo poc’anzi, siamo tutti sulla stessa barca, occorre che tutti abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri nei confronti della società, è un’occasione per ricordare questo.

In secondo luogo, si è parlato molto in questo periodo (e questo è un discorso più economico) di bisogno di manodopera. Nel settore agricolo, per esempio, molti lavoratori provengono dall’estero, eppure in loco vi sono persone che hanno bisogno di lavoro. Le persone senza documenti in Belgio sono costrette a lavorare nel settore dell’agricoltura per salari miseri.

Penso che sarebbe opportuno regolarizzare questa situazione. Se altri paesi lo hanno fatto, come il Portogallo, il Belgio può farlo. Perché ci siamo abituati ad accettare la presenza di un certo numero di persone che sono completamente invisibili, accanto al sistema giuridico? Penso che anche da un punto di vista morale non abbia senso! È giunto il momento di porre rimedio anche a questa situazione. Forse questa crisi apre una finestra di opportunità, ma ancora una volta non bisogna mai considerare che le cose sono facili da risolvere. Tutto è sempre frutto di una mobilitazione. Non bisogna mai allentare la pressione.

Migranstory/ DB: Se si dovesse ricostruire un mondo, secondo lei come sarebbe?

MM: Se mi chiedete di sognare, credo che questa sia forse la prima cosa che dovremmo imparare di nuovo a fare. E anche uscire da quello che ci dicono sempre:  C’è una sola possibilità per questo mondo. In breve, solo il sistema capitalista neoliberale è la soluzione. Spesso, quando si pretende il contrario, vi si dice: «fate dell’ideologia». No, penso che dovremmo inventare un altro mondo, ripensare il nostro posto nell’universo. Dobbiamo uscire dall’idea che noi esseri umani siamo qui per dominare, per stampare il nostro marchio, il nostro potere. Dobbiamo essere più modesti e ringraziare la terra per tutto quello che ci dà, trattarla con molto più rispetto. Bisogna sognare a livello globale, ma anche noi, nella nostra vita quotidiana, possiamo cambiare molte cose. È necessario, per esempio, mangiare ogni giorno una bistecca? Ovviamente no. Dobbiamo sempre prendere la macchina? No.

Ci sono così tante cose che possiamo cambiare nella nostra vita quotidiana. Occorre anche provocare un cambiamento molto più ampio:  siamo rinchiusi in questo paradigma capitalista neoliberista che mostra tutti i suoi limiti «mercanteggiando» (mercanteggiando) tutto. La salute non è una merce, è un diritto!Lo stesso vale per l’acqua o il rispetto per l’ambiente. Queste sono cose che devono essere condivise con tutti gli esseri umani. Il mondo che sogno è un mondo in cui tutti hanno accesso alle risorse nel rispetto reciproco; dove le attuali linee di divisione non esisterebbero più. Mentre parliamo, ci sono movimenti negli Stati Uniti che mostrano esattamente ciò che non si deve fare come società. Guardate gli Stati Uniti d’America oggi, è tutto ciò che non vorrei vedere nel mondo di domani dove regnano il denaro, il razzismo, l’eugenetica, le discriminazioni, la differenza nei confronti degli altri e dell’ambiente. I momenti di crisi sono propizi per fare questo tipo di riflessione. Il sistema tende sempre a cadere in piedi. Già ora si vede che il mondo dell’impresa non reagisce come se ci fosse stata una crisi sanitaria. Sono rimasti nello stesso paradigma: fare soldi, non credo sia questa la strada da seguire! Credo che sognare sia una cosa, il sogno deve essere accompagnato da una mobilitazione, da una consapevolezza politica. Le cose non ci saranno mai regalate, sta a noi mobilitare oltre i nostri confini!

Migranstory/ JGYR: la parola finale?

MM: La parola finale è più che mai solidarietà. Solidarietà tra tutti gli esseri umani; fraternità e mobilitazione per un mondo più egualitario senza razzismo, che rispetti la natura e ridimensioni la posizione dell’essere umano nell’universo.

Germania, lo stato toglierà ai genitori i bambini senza certificato anti-Covid?

Debunking: traduciamo la circolare originale

Egregi Signore e Signori,
Cari genitori,

Nella lettera ai genitori dell’8 maggio Vi ho contattato e Vi ho spiegato i nuovi passi da compiere per tornare ad aprire a ciclo ridotto le scuole materne, elementari e le scuole differenziali per le classi dalla 1 alla 4. Questo permetterà ai nostri figli di tornare a scuola. Nel frattempo, molti genitori si sono rivolti a noi sia con richieste di più ampia apertura delle scuole, sia con altre preoccupazioni. Potete essere certi che accoglieremo e valuteremo ogni suggerimento, ogni richiesta, ma anche le preoccupazioni che sono state sollevate.

La pandemia di Corona continuerà ad affliggerci per molti mesi a venire. Dovremo soppesare le varie opzioni più e più volte. Ciò riguarda anche una recente decisione del Tribunale amministrativo di Lipsia. Genitori di un alunno di 7 anni di una scuola elementare di Lipsia nel Freistaat della Sassonia si sono rivolti a quell’istante con procedura d’urgenza contro l’apertura della scuola elementare. La decisione del Tribunale amministrativo di Lipsia riguarda solo il singolo alunno in qualità di richiedente e ha effetto solo per lui e per la scuola elementare interessata.

Sono sincero nell’ammettere che mi rammarico per questa decisione. Tuttavia, la faremo esaminare dal Tribunale amministrativo superiore. Ciononostante, restiamo fedeli alla nostra decisione di aprire le scuole. Tuttavia, inizialmente lasceremo ai genitori degli alunni delle scuole elementari e degli alunni delle classi elementari o inferiori delle scuole differenziali fino al 5 giugno 2020 l’opzione di decidere se i loro figli rispetteranno i loro obblighi scolastici obbligatori frequentando le lezioni di frequenza a scuola o studiando a casa. Così facendo, rispettiamo sia la decisione del Tribunale amministrativo di Lipsia che gli interessi degli alunni delle scuole elementari. Continuiamo a credere che il nostro concetto di riapertura della scuola sia un modo adeguato per attuare il controllo delle infezioni in modo appropriato all’età. In questo modo, rispettiamo il diritto sancito dei bambini a partecipare e ad essere educati. Non vogliamo che i bambini in particolare vengano penalizzati.

I bambini in età scolare non sono in grado di rispettare le regole sulla distanza per tutta la giornata scolastica. Per questo motivo è un prerequisito per l’apertura delle scuole che gli alunni delle diverse classi non si mescolino tra loro. Questo concetto di classi fisse ha lo scopo di contribuire al tracciamento delle catene infettive in caso di contagio. Un ulteriore prerequisito è la conferma dello stato di salute. I bambini possono frequentare le lezioni solo se né loro stessi né i membri della famiglia presentano sintomi della malattia di Covid. Sappiamo che le norme che devono essere applicate sono molto severe.
Troverete le informazioni corrispondenti nell’allegato.

Per Voi genitori questo significa lavoro supplementare a causa delle nuove procedure.
Tuttavia, Vi preghiamo di contribuire a far sì che queste siano rigorosamente rispettate. Lo dobbiamo alla tutela della salute dell’intera comunità scolastica. Per i Vostri figli, ma anche per gli insegnanti e gli educatori. E solo con la vostra costante collaborazione possiamo evitare disagi a Voi, al vostro bambino e a tutte le persone coinvolte. Allo stesso tempo, però, queste misure ci permettono di dare alle famiglie lo sgravio che molti sperano. Vi chiediamo anche di perseguire il concetto di “gruppi fissi” nella vostra vita privata e professionale. Si prega di continuare a ridurre i contatti sociali. Per esempio, incontrate solo gli amici della classe di Vostro figlio. Tutto ciò contribuisce a fornire ai bambini la migliore scolarizzazione e assistenza possibile. Per la salute e l’educazione dei nostri figli.

Vi ringrazio molto per la Vostra responsabile cooperazione.
Christian Piwarz

Allegato:
Attestato sullo stato di salute da firmare quotidianamente

Dalla scuola di appartenenza di Vostro figlio avete nel frattempo ricevuto ulteriori informazioni, tra cui il formulario da firmare quotidianamente sullo stato di salute. Vi preghiamo di osservare quanto segue:

  • Vi facciamo vivamente presente che la Vostra attestazione giornaliera mediante l’apposizione della firma è presupposto per la frequenza scolastica di Vostro figlio.
  • Inserite questa attestazione tra le attività consuete quotidiane da svolgere prima che Vostro figlio si rechi a scuola. Date ogni giorno al bambino il formulario da portare a scuola – preferibilmente nella cosiddetta cartellina.
  • A partire dal 25 maggio la scuola non sarà tenuta ad accogliere bambini che non dispongano di un’attestazione sulla salute aggiornata quotidianamente e completa di firma. Nel caso che manchi la Vostra firma per il giorno corrente siete tenuti come genitori a venire immediatamente a prendere in carico l’alunno. Fin quando non si ottempera a questo obbligo, siamo tenuti come ultima conseguenza a ricorrere all’Ufficio di Pubblica Sicurezza fino ad una presa in carico di Vostro figlio.
  • Siete inoltre tenuti a confermare in modo veritiero di non aver rilevato sintomi né nel bambino né in altri componenti del nucleo familiare. Un attestato medico non è necessario. Si tratta di sintomi influenzali da Voi stessi rilevati.
  • Se un bambino dovesse mostrare a scuola sintomi di Covid-19, la scuola è tenuta ad escluderlo dalla lezione e a farlo prendere in carico dai genitori.