Dobbiamo inventare un nuovo mondo

Pubblicato su MigranNews (qui) in lingua francese. Intervista realizzata da Giulia CarlitoY Romo e Dominique Bela

Sociologo, ricercatore, il nostro ospite, esperto in migrazione, chiede una coscienza politica in cui le ricchezze siano equamente distribuite, al termine della crisi sanitaria mondiale.

Migranstory/ Julia Garlito Y Romo: Le autorità belghe stanno riflettendo su un’uscita organizzata dal confinamento. Quali sono, secondo lei, le lezioni positive che si potrebbero trarre?

Marco Martiniello: Era tempo che il governo deconfinasse, da più di due mesi le persone erano rinchiuse in casa, tranne quelle che erano sul fronte per continuare a far funzionare la nostra società (il settore medico, l’edilizia). Stare a casa quando si ha una villa con piscina e un ampio giardino, non è un problema, quando si vive in un piccolo appartamento senza balcone con la famiglia, è molto più difficile

Di fronte agli indicatori sanitari relativamente buoni, credo che il governo non avesse altra scelta. Spero in un effetto positivo per la società. Le persone potranno iniziare a lavorare, guadagnare soldi, lottare contro il rischio di povertà che è aumentato durante questa crisi.

Bisogna fare un discorso di speranza, essere positivi, ma non bisogna dimenticare che la situazione è molto preoccupante. Non mi riferisco in particolare alla situazione sanitaria, ma alla situazione socioeconomica e politica. Si è visto che questa crisi rivela l’enorme ampiezza delle disuguaglianze di cui soffre una parte della popolazione più vulnerabile, tra cui spesso le popolazioni migranti, i richiedenti di asilo, i clandestini. Una delle sfide principali sarà cercare di immaginare come si può risolvere questo problema. Bisogna essere positivi, avere speranza, ma anche sapere che le cose non risolvono da sole. Credo che tutti debbano essere mobilitati affinché si impari qualcosa da questa crisi e forse la prima cosa che si dovrebbe imparare è che bisogna prepararsi molto meglio, anticipare i problemi e soprattutto questo tipo di problema! Si vede che la maggior parte dei paesi non era assolutamente pronta ad affrontare questo tipo di crisi.

Migranstory/ Dominique Bela: Come implementare in modo duraturo la solidarietà osservata durante questa crisi verso le persone vulnerabili, i migranti, gli «anziani»? 

MM: Questa è davvero una sfida estremamente importante. Perché durante questa crisi si è visto da un lato della stigmatizzazione di alcune persone, ricordate all’inizio della crisi, atteggiamenti razzisti nei confronti dei cinesi! La gente non osava più andare al ristorante cinese pensando di prendere il virus, il che non ha assolutamente senso. Gli stranieri sono stati stigmatizzati come potenziali portatori della malattia. E l’estrema destra ha voluto comunque approfittare di questa situazione, questo è il lato negativo. D’altra parte, abbiamo anche visto, come lei ha detto, slanci di solidarietà, persone che nel quartiere si rendevano conto che tutti erano sulla stessa barca, che bisognava raggrupparsi per cercare di resistere meglio. Abbiamo visto donne rifugiate cucire maschere per tutti, per distribuirle alla comunità! Ciò dimostra il coinvolgimento dei richiedenti asilo e dei rifugiati nella società belga.

Vogliono contribuire e con questi segni di solidarietà lo hanno fatto. Abbiamo visto anche, tra le lavoratrici e i lavoratori in prima linea, molte persone immigrate o di origine immigrata che hanno contribuito a far girare questo paese. Penso che dobbiamo ricordarlo alla popolazione, ricordare che siamo tutti, su questa terra, sulla stessa barca. Se la barca affonda, tutti noi, indipendentemente dal colore della nostra pelle, della nostra religione, ecc affondiamo. Penso che dobbiamo mantenere questi meccanismi di solidarietà, amplificandoli nel lungo periodo. Su questo punto dobbiamo essere attenti:   l’essere umano dimentica rapidamente! Spesso tendiamo a tornare sui nostri passi, non impariamo dalla storia, credo che sia un vero pericolo. Penso che spetti a ciascuno di noi, a ogni cittadino/a, ricordare questa solidarietà, questo bisogno di solidarietà, di uguaglianza, di lotta contro le discriminazioni, che fa sì che la società insieme possa migliorare.

MS/ JGYR: La rivendicazione per la regolarizzazione dei clandestini è rilanciata in questo periodo di emergenza sanitaria legata al Covid 19. Cosa pensa che giustifichi questa agenda? Secondo lei, quali sarebbero i vantaggi di una regolarizzazione di massa?

MM: Per me, la presenza in un territorio di persone senza alcun riconoscimento, senza alcun diritto, con un accesso molto limitato a tutti i servizi, in particolare i servizi sanitari, ecc., rappresenta una sfida cruciale per la democrazia. Non si può tollerare che ci sia gente senza documenti, senza permesso di soggiorno, senza avere la possibilità di contribuire alla società. Questo tipo di crisi sanitaria non si risolve se si rafforza l’accesso al sistema sanitario per tutti, a prescindere dallo status giuridico. Ovviamente è ancora meglio se tutti possono avere uno statuto, possono avere i loro diritti. Una prima ragione per la regolarizzazione massiccia dei clandestini è che, come dicevo poc’anzi, siamo tutti sulla stessa barca, occorre che tutti abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri nei confronti della società, è un’occasione per ricordare questo.

In secondo luogo, si è parlato molto in questo periodo (e questo è un discorso più economico) di bisogno di manodopera. Nel settore agricolo, per esempio, molti lavoratori provengono dall’estero, eppure in loco vi sono persone che hanno bisogno di lavoro. Le persone senza documenti in Belgio sono costrette a lavorare nel settore dell’agricoltura per salari miseri.

Penso che sarebbe opportuno regolarizzare questa situazione. Se altri paesi lo hanno fatto, come il Portogallo, il Belgio può farlo. Perché ci siamo abituati ad accettare la presenza di un certo numero di persone che sono completamente invisibili, accanto al sistema giuridico? Penso che anche da un punto di vista morale non abbia senso! È giunto il momento di porre rimedio anche a questa situazione. Forse questa crisi apre una finestra di opportunità, ma ancora una volta non bisogna mai considerare che le cose sono facili da risolvere. Tutto è sempre frutto di una mobilitazione. Non bisogna mai allentare la pressione.

Migranstory/ DB: Se si dovesse ricostruire un mondo, secondo lei come sarebbe?

MM: Se mi chiedete di sognare, credo che questa sia forse la prima cosa che dovremmo imparare di nuovo a fare. E anche uscire da quello che ci dicono sempre:  C’è una sola possibilità per questo mondo. In breve, solo il sistema capitalista neoliberale è la soluzione. Spesso, quando si pretende il contrario, vi si dice: «fate dell’ideologia». No, penso che dovremmo inventare un altro mondo, ripensare il nostro posto nell’universo. Dobbiamo uscire dall’idea che noi esseri umani siamo qui per dominare, per stampare il nostro marchio, il nostro potere. Dobbiamo essere più modesti e ringraziare la terra per tutto quello che ci dà, trattarla con molto più rispetto. Bisogna sognare a livello globale, ma anche noi, nella nostra vita quotidiana, possiamo cambiare molte cose. È necessario, per esempio, mangiare ogni giorno una bistecca? Ovviamente no. Dobbiamo sempre prendere la macchina? No.

Ci sono così tante cose che possiamo cambiare nella nostra vita quotidiana. Occorre anche provocare un cambiamento molto più ampio:  siamo rinchiusi in questo paradigma capitalista neoliberista che mostra tutti i suoi limiti «mercanteggiando» (mercanteggiando) tutto. La salute non è una merce, è un diritto!Lo stesso vale per l’acqua o il rispetto per l’ambiente. Queste sono cose che devono essere condivise con tutti gli esseri umani. Il mondo che sogno è un mondo in cui tutti hanno accesso alle risorse nel rispetto reciproco; dove le attuali linee di divisione non esisterebbero più. Mentre parliamo, ci sono movimenti negli Stati Uniti che mostrano esattamente ciò che non si deve fare come società. Guardate gli Stati Uniti d’America oggi, è tutto ciò che non vorrei vedere nel mondo di domani dove regnano il denaro, il razzismo, l’eugenetica, le discriminazioni, la differenza nei confronti degli altri e dell’ambiente. I momenti di crisi sono propizi per fare questo tipo di riflessione. Il sistema tende sempre a cadere in piedi. Già ora si vede che il mondo dell’impresa non reagisce come se ci fosse stata una crisi sanitaria. Sono rimasti nello stesso paradigma: fare soldi, non credo sia questa la strada da seguire! Credo che sognare sia una cosa, il sogno deve essere accompagnato da una mobilitazione, da una consapevolezza politica. Le cose non ci saranno mai regalate, sta a noi mobilitare oltre i nostri confini!

Migranstory/ JGYR: la parola finale?

MM: La parola finale è più che mai solidarietà. Solidarietà tra tutti gli esseri umani; fraternità e mobilitazione per un mondo più egualitario senza razzismo, che rispetti la natura e ridimensioni la posizione dell’essere umano nell’universo.

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