Sfruttati all’estero: storia di un licenziamento di massa a Barcellona

Di: Serena Salerno| Su: Diasphera|

Il trenta aprile 2020 Airbnb, la nota piattaforma on-line per gli affitti brevi, all’improvviso, mentre i miei colleghi lavoravano prestando supporto ai suoi clienti, (quel giorno ero libera), interrompeva l’accesso ai tool negando, di fatto, in maniera brusca e repentina la possibilità di lavorare a circa mille persone. Nessun preavviso, il culmine di un rapporto di lavoro usa e getta. O meglio, un preavviso c’era stato e risalirebbe al dieci aprile ma l’outsourcing per la quale lavoravamo, CPM, con sede a Barcellona, aveva prestato il fianco alla multinazionale statunitense, di cui si era aggiudicata la commessa otto anni prima, assicurando che la notizia non si spargesse nel timore di possibili ripercussioni da parte dei dipendenti.

La sera del trenta aprile, con una email dal tono apparentemente sorpreso, la manager di CPM avvisava i lavoratori che la brillante start up americana, in seguito alla grave crisi generata dalla pandemia in corso, aveva deciso di rescindere, senza possibilità d’appello, il contratto che durava ormai da otto anni e attraverso il quale aveva affidato la gestione del suo servizio clienti alla multinazionale inglese, già detentrice di altre campagne. Da quel momento l’email e la password aziendali avrebbero fatto accedere ad un futuro buio, all’insegna dell’incertezza. Frattanto noi agenti, così come eravamo definiti nel gergo aziendale, oltre alle numerose competenze linguistiche, facevamo ricorso ad inaspettate riserve di creatività e pazienza per risolvere situazioni che sfuggivano alla ridicola prevedibilità dei manuali di riferimento. Toni arroganti, pianti disperati, rabbia incontrollata, insinuazioni e minacce erano all’ordine del giorno nelle cosiddette peak season, cioè nelle alte stagioni. Il trenta aprile eravamo ormai all’apice di un’inaspettata alta stagione cominciata alla fine di febbraio e destinata ad avere un epilogo purtroppo irreversibile. Un picco la cui ridiscesa avrebbe condotto, inesorabilmente, alla fine dei soggiorni brevi (non del tutto, parrebbe che nello stesso periodo le prenotazioni negli USA siano raddoppiate rispetto all’anno precedente) e, soprattutto, del lavoro forsennato di migliaia di agenti che avevano contribuito negli anni alla costruzione dell’immagine di Airbnb grazie al supporto di prima qualità prestato, in particolar modo, presso la sede di Barcellona. Il colosso americano ci aveva spremuti fino all’ultimo attraverso la gestione di richieste di rimborso disperate, una corsa folle per il recupero del proprio denaro, il più delle volte concesso integralmente, altre parzialmente, talvolta negato perché luglio ed agosto ancora troppo lontani. I clienti, però, non volevano sentire ragione, pretendevano indietro i loro soldi, pochi accettavano l’offerta della promessa di un nuovo soggiorno tramite l’emissione di un coupon, la maggior parte aveva intuito l’entità della crisi; non era solo la malattia a preoccupare ma il veder venir meno le proprie certezze economiche: occorreva risparmiare, mettere da parte fino all’ultimo centesimo. Airbnb ha tentato di venire incontro alle richieste dei suoi clienti dando il via ad una serie di programmi di finanziamento, anche per gli host, molti dei quali, aprendo la proprio casa a degli estranei, si erano salvati dalla disoccupazione e dalla precarietà ormai strutturali del mondo del lavoro a guida neoliberista. Per entrambe le parti in causa si trattava di rastrellare quanto più denaro possibile, Airbnb sebbene propendesse a favore degli ospiti, provava ad arginare le perdite che stavano investendo i suoi anfitrioni senza i quali non ci sarebbero state più case. Personalmente, ho voluto credere fino alla fine che Airbnb non ridimensionasse i suoi centri assistenza, nell’ingenua speranza che le persone avrebbero ripreso a viaggiare in controtendenza e come terapia d’urto ai mesi di chiusura e, soprattutto, in riconoscenza alla qualità del lavoro prestato e grazie al quale la sua immagine era cresciuta nel tempo. 

Mentre consolavamo centinaia di host preoccupati per le ingenti perdite subite, inconsapevolmente,  noi agenti rasentavamo l’orlo del precipizio. Già, i primi a cadere giù sarebbero stati i “teleoperadores” perché, legalmente, questa è la definizione appropriata, tutte le altre espressioni sono solo eufemismi tipici del mondo anglosassone. Una massa di disgraziati che si urlavano tra di loro le reciproche disperazioni e frustrazioni sotto lo sguardo indifferente e beffardo del mastino a tre teste, ognuna delle quali corrispondente ad Airbnb, CPM e lo stato. Entrambe le parti tormentate dalla paura della perdita del proprio lavoro e, con esso, di quella stabilità tanto agognata ed in netto contrasto con la millantata flessibilità che nessuno in cuor suo vorrebbe. Tutti in preda al panico di perdere il controllo sulla propria vita, senza alcun margine di pianificazione. A nulla è valso il tentativo del sindacato che ci rappresentava di evitare il licenziamento mettendoci in ERTE (expediente de regulación temporal de empleo), in Italia cassa integrazione, nell’attesa che una multinazionale come CPM si ricollocasse sul mercato attraverso l’appalto di una nuova commessa dove impiegare un capitale umano già formato. La compagnia ha risposto con il ricatto: accettare il licenziamento in cambio di trentatré giorni di indennizzo per anno, anziché venti, come previsto dalla legge spagnola.

Qualche informazione in più su CPM (Counter Products Marketing) che acquisisce tale denominazione nel 1938, due anni dopo la sua nascita, in Inghilterra, come piccola azienda che offre personale per la vendita nei settori FMCG (Fast moving consumer goods), farmaceutico e governativo. La sua espansione è rapida, nel 1964 il suo volume d’affari è pari a 100.000 sterline. Nel 1984 si lancia alla conquista del mercato alimentare e di settori indipendenti. Nel 1986 apre in Irlanda e nel 1989 entra a far parte del gruppo Omnicom. Nel 1993 continua ad espandersi con l’apertura di sedi in Belgio ed in Francia. Nel 1994 comincia la cavalcata transoceanica stabilendo due sedi in Australia. Nel ‘97 l’ascesa europea è suggellata dall’apertura delle sedi in Svezia, Germania, Austria, Svizzera, Italia e Spagna. Nel 2004 l’apertura a Barcellona di un centro assistenza EMEA (Europe, Middle East and Africa), un hub multilingue, dove ho lavorato fino al 30 aprile. Tra il 2008 ed il 2009 apre altri uffici in India, Vietnam e USA. Il 2011 è la volta degli uffici a Singapore. Nel 2012 tocca alla Cina e nel 2013 ad Hong-Kong. Nel 2014 altre sedi vengono stabilite in Irlanda del Nord e Thailandia. Nel 2015 comincia la collaborazione con un partner locale nelle Filippine. Queste date, reperibili sul sito della compagnia, fanno da sfondo ai magnifici numeri che ne decantano le mastodontiche dimensioni con un volume di vendita per i suoi clienti pari a 500 milioni di dollari risultato della presenza in ben 71 mercati in tutto il mondo per i quali lavorerebbero 3500 persone, chissà se nel frattempo hanno aggiornato scalando i mille licenziati della hub di Barcellona. Purtroppo ai numeri reali non si ha mai accesso ma la domanda sorge spontanea, palesemente non si tratta di una piccola-media impresa, com’è possibile, allora, che una multinazionale che vanta una storia ottuagenaria non sia stata in grado di ricollocarsi sul mercato, avendo inoltre a disposizione una forza lavoro già formata ed inquadrata secondo la “filosofia aziendale”.

Mi dispiace molto per i tanti colleghi che solidarizzando con l’azienda, hanno creduto che non avesse gli strumenti finanziari necessari per il mantenimento dei dipendenti nell’attesa di offrire i suoi servizi e la sua reputazione ad un altro cliente.  La proposta di pagare trentatré giorni anziché venti, naturalmente, era il tentativo mal riuscito, ma che ha suscitato grandi consensi tra i lavoratori, di evitare un processo per licenziamento illegale. Non dimentichiamo che in questo momento il governo spagnolo, come quello italiano, nel tentativo di arginare l’emorragia di posti di lavoro, sta ponendo un freno ai licenziamenti. L’omicidio sociale commesso da CPM dimostra come le decisioni dei governi siano solo degli specchietti per le allodole. Un’ulteriore dimostrazione è data dal fatto che molti di noi dipendenti avevamo un contratto a tempo indeterminato che avrebbe dovuto proteggerci da eventuali licenziamenti attraverso lo sforzo, da parte dell’azienda, di ricollocarci al suo interno: i tentativi sono stati molto timidi. 

Il comportamento di CPM era alquanto prevedibile, a partire da una paga piuttosto striminzita se paragonata ad altri call center a Barcellona ed un sistema di turnazione rotativo grazie al quale risparmiare sull’assunzione del personale notturno con una paga base superiore. Purtroppo fornire numeri precisi è impossibile; anch’io mi sono sempre domandata quanto, Airbnb, l’altra testa, pagasse CPM per agente, quale fosse il bilancio della compagnia ma sono risposte che non potrò mai ottenere. So per certo che negli anni numerosi e ripetuti sono stati gli episodi di buste paga non corrette e ovviamente al ribasso, mancanti di bonus e festivi, molte delle quali ignorate addirittura dagli stessi dipendenti.

Concludo con un’annotazione emotiva: oltre alla mortificazione della perdita del lavoro, ciò che mi ha fatto più male è stata la constatazione della quasi totale assenza di una coscienza di classe, quella dei lavoratori, tristemente disintegrata e beffardamente dalla parte del padrone. Non è un’accusa, capisco i miei colleghi che come me hanno lavorato seriamente e duramente in tutti questi anni. La qualità sempre più bassa delle condizioni di lavoro genera la voglia di una ricerca perenne ed illusoria di altro, in una prospettiva di miglioramento. Mi sarei aspettata, però, in nome della coscienza di classe ormai in coma, l’innalzamento di un fronte comune nella difesa del diritto al lavoro e non una cessione immediata alle avances ingannevoli dell’azienda e la solita retorica antipolitica e, nello specifico, antisindacalista che sta contribuendo, grazie a quei partiti che ne hanno fatto la causa principale dei loro programmi, allo smantellamento del principio di rappresentanza e difesa dei diritti costituzionalmente ammessi. Ricevere poco meno di mille euro in più nel trattamento di fine rapporto non avrebbe migliorato la mia condizione di lavoratrice errante, mi avrebbe solo resa connivente di un sistema volto allo sfruttamento e abbattimento della concezione nobile di lavoro. Non possiamo fare granchè, è vero, ma ci sono occasioni nel corso della storia e della vita di ciascuno di noi in cui è indispensabile un approccio interventista, anche solo attraverso una presa di posizione.

NASCE IL PRIMO NETWORK LAB PER CONNETTERE I GIOVANI SICILIANI NEL MONDO ALLA SICILIA

La crisi dell’associazionismo è innegabile, ma non è mai troppo tardi per cercare di invertire la rotta. E’ necessario percorrere nuove strade, confrontarsi con le nuove problematiche, con la ripresa dei flussi migratori che ipotecano il futuro dei nostri paesi e delle nostre regioni, che vengono in questo modo privati dalle forze giovani che rappresentano il futuro della nazione. Il seminario di Palermo dell’aprile del 2019 voluto dal CGIE, si è rivolto a questi giovani italiani sparsi per il mondo cercando di aprire con loro un confronto sulle loro necessità, sulle loro aspirazioni, nel tentativo di individuare i problemi e di studiarne le probabili soluzioni. E’ verso questi giovani che occorre rivolgere l’attenzione, per m cercarli di avvicinarli alle associazioni, di prendere in mano il testimone di chi nelle associazioni ha accumulato più di mezzo secolo di esperienza, ma che ora per il bene delle organizzazioni debbono sposare il rinnovamento. L’USEF ha da tempo portato avanti questo nuovo modo di interpretare quando di nuovo si muove nel mondo dell’emigrazione. Gruppi di giovani sono nati nelle organizzazioni dell’USEF, mi riferisco a quanto sta succedendo a Rosario ed a Paranà in Argentina, mas anche a Bahia Blanca. Un processo di rinnovamento è partito anche a La Louviere in Belgio dove a prendere in mano il testimone dell’USEF locale è stato il giovane Vincenzo Arnone, ma anche ai tentativi che non mancheranno di successo a Saint Nicolas (Liegi) ed a Bruxelles dove sta nascendo un nuovo gruppo USEF formato da giovani. Ma, l’iniziativa più importante viene dalla Svizzera, dove il coordinatore dell’USEF Salvo Buttitta, ha ideato il progetto NEXUS SICILY, presentandolo con la nota che riportiamo integralmente qui appresso. Esso rappresenta uno strumento affidato alla nuova tecnologia, dove i giovani potranno connettersi, confrontarsi, dibattere, analizzare l’emigrazione e le cause che la determinano, tutto su autonoma iniziativa dei giovani che su questa rete si potranno incontrare iniziando quel processo di rinnovamento da sempre inseguito dall’USEF. Ma sarebbe ben poca cosa se a beneficiare di questo nuovo strumenti fosse solo la nostra organizzazione. Quello che vogliamo accada nel futuro prossimo, è che essa diventi strumento di unità del movimento associativo, affiancando e potenziato lo sforzo unitario che sta portando avanti il Coordinamento delle Associazioni Regionali Siciliane dell’Emigrazione (CARSE). Un nuovo strumento per unire, che riceverà tutto l’appoggio che saremo in grado di fornire e che si assumerà l’onere di avviare un profondo processo di rinnovamento dell’intero movimento associativo unendo con il giusto equilibrio il nuovo emergente con nuove idee e nuovi metodi, con il vecchio che deve contribuire con l’esperienza maturata. Allora, non ci resta che augurare buona lavoro a questo coraggioso giovane ed ai suoi collaboratori, presenti e futuri, che hanno iniziato il processo di rinnovamento dell’USEF e dell’associazionismo siciliano. (Salvatore Augello)

QUESTA LA NOTA DI SALVO BUTTITTA

Dopo mesi di preparazione, e qualche ritardo dovuto alla pandemia da Coronavirus, dal 01 settembre 2020 sarà operativo Nexus Sicily. Uno spazio aperto di confronto e d’interazione per persone, imprese e associazioni che desiderano creare e promuovere valore a favore dei giovani siciliani. La condivisione delle esperienze maturate all’estero, delle opportunità sviluppate e del sapere acquisito possono essere l’humus ideale nel quale fare crescere e sviluppare le idee e le capacità dei tanti giovani che decidono di restare in Sicilia. Oggi, consapevoli di una nuova mobilità giovanile e di un futuro economico sempre più incerto abbiamo bisogno di creare sinergia e condivisone tra i siciliani all’estero e il mondo scolastico siciliano. Nexus Sicily è un movimento di connessioni autonomo e apartitico. Il progetto nasce e si sviluppa in seno all’USEF “Unione Siciliana Emigranti e Famiglie” da un’idea di Salvo Buttitta, coordinatore USEF in Svizzera, spinto dal desiderio di dare riscatto e di immaginare un futuro migliore per la sua Sicilia. Il nostro obiettivo è raggiungere il mondo dei giovani siciliani all’estero e di quanti si sono formati accademicamente e professionalmente fuori dalla Sicilia per creare una rete in grado di mettere in connessione la Sicilia con i tanti siciliani nel mondo. La nuova mobilità ci pone davanti a sfide e traguardi sociali da conquistare. La creazione di nuove opportunità per le nuove generazioni, il sostegno alla competitività per le imprese siciliane, la creazione di rapporti commerciali e lo sviluppo del benessere sociale della Sicilia tramite una politica di sviluppo d’innovazione digitale e tecnologica lungimirante. Lo scopo di Nexus Sicily è quello di creare una rete attiva di siciliani all’estero che si interfacci con il mondo scolastico, commerciale e imprenditoriale siciliano. Creare un network interattivo per mettere in condivisione il know how acquisito dai siciliani all’estero, e metterlo a disposizione dei giovani, delle reti commerciali e imprenditoriali siciliane. Con il fine di creare collaborazioni e scambio che porti reciproco sviluppo e crescita. Nexus Sicily offre un luogo (fisico e virtuale) per facilitare lo scambio aperto ed efficace di conoscenze, informazioni, opportunità imprenditoriali, relazioni e promuovere la diffusione di una cultura imprenditoriale aperta al rischio, basata sull’innovazione tecnologica o di prodotto e sulla collaborazione tra imprese e mondo della ricerca. I siciliani all’estero sono il punto di slancio per la promozione del Made in Sicily nel mondo e una risorsa di valore per collaborazioni tra la Sicilia e i mercati esteri. Perché aderire a Nexus Sicily? Ogni membro di Nexus Sicily potrà far parte di un network aperto, attivo e in continua evoluzione dove sarà incoraggiato a sviluppare le proprie idee e a mettere a disposizione della comunità le proprie capacità. Ogni membro è invitato a mettere a disposizione del network il sapere acquisito e le esperienze maturate per creare un bene comune e condiviso che porti allo sviluppo personale e il fiorire di possibilità di scambio. Il fine di Nexus Sicily è quello di favorire le opportunità di scambio e di collaborazione che contribuiscono allo sviluppo del sistema scolastico, commerciale e imprenditoriale siciliano. Il sito web è già online e consultabile http://www.nexus-sicily.net Per maggiori informazioni potete scrivere a info@nexus-sicily.net

Classe e profitto oltre la pandemia

Epidemia di Vita

Di Maddalena (Maddy Manca)

È un mese circa che sto raccogliendo quanto più materiale possibile tramite le/i delegat* e fra chi lavora nei vari settori su cosa sta accadendo in questo corto circuito narrativo, tra ciò che accade dentro e fuori il riassetto organizzativo e produttivo. Che cosa sta avvenendo? Vi è una sorta di situazione parallela.

Ovviamente chi non è all’interno si affida ai dati che le aziende dichiarano ma non è sempre tutto così cristallino e lineare.
Ai più è passata sotto traccia, ma è da una decina di giorni che siamo attraversati da scioperi nei gruppi delle multinazionali metalmeccaniche, iniziando dal settore del bianco (elettrodomestici).
È da fine giugno, e molto probabilmente fino ai primi di settembre, che le aziende hanno messo il turbo sulle produzioni con assunzioni temporanee per produrre a ritmo serrato.

Ci siamo persi qualcosa?

Ma i settori produttivi non erano in crisi? Non…

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La Germania sospende i piani per i negoziati sulla Brexit al vertice degli ambasciatori dell’UE

dal Guardian e tradotta da Pietro Lunetto

https://www.theguardian.com/politics/2020/aug/26/germany-scraps-plans-for-brexit-talks-at-eu-ambassadors-summit

La Germania ha eliminato i piani per discutere la Brexit in una riunione diplomatica ad alto livello la prossima settimana perché non ci sono stati “progressi tangibili” nei colloqui, Bruxelles lamenta un’estate “completamente sprecata”.

I funzionari dell’UE ritengono ora che il governo britannico sia disposto a rischiare un’uscita senza accordo quando il periodo di transizione terminerà il 31 dicembre, e cercheranno di addossare la colpa a Bruxelles se i negoziati falliranno.

Il governo tedesco, che detiene la presidenza di turno del Consiglio UE, aveva intenzione di discutere la Brexit durante una riunione degli ambasciatori UE il 2 settembre, ma ora ha abbandonato la questione. “Dal momento che non ci sono stati progressi tangibili nei negoziati UE-Regno Unito, il punto Brexit è stato tolto dall’agenda”, ha detto un diplomatico dell’UE.

La decisione è importante perché Angela Merkel è stata annunciata come potenziale punto di riferimento quando i colloqui sulle future relazioni UE-Regno Unito raggiungeranno una fase cruciale questo autunno.

La scorsa settimana il cancelliere tedesco ha incontrato Emmanuel Macron nella residenza ufficiale del presidente francese in Costa Azzurra, dove ha discusso del futuro dell’UE dopo la Brexit. Dopo l’inconcludente ciclo di negoziati della scorsa settimana, entrambi i governi hanno rilasciato dichiarazioni quasi identiche che chiedevano “risposte concrete” al governo britannico.

“Negli ultimi mesi la cooperazione franco-tedesca ha guadagnato nuovo slancio”, ha detto un diplomatico dell’UE, con i due paesi che si sono “riallineati” su questioni come la Brexit. “Data questa nuova realtà sarebbe inutile aspettare che un cavaliere bianco da Parigi o da Berlino venga in soccorso.”

Sandro Gozi del Partito democratico, eurodeputato italiano che siede nel partito di Macron al Parlamento europeo ed è stato ministro dell’Europa durante la prima fase dei negoziati per la Brexit, ha detto: “Dubito che anche Merkel o Macron siano in grado di trasformare una situazione di stallo in un risultato positivo.

“Ho sempre pensato – questa è la mia posizione personale – che no-deal era una vera opzione, soprattutto da parte di Londra … Ogni giorno che passa senza progressi concreti è un giorno più vicino al no-deal Brexit.”

Eliminare la Brexit dall’agenda diplomatica della prossima settimana è un segno di pessimismo sempre più profondo a Bruxelles. “La gente sottovaluta quanto sia tetro l’umore nel team di negoziazione dell’UE”, ha detto un funzionario dell’UE che ha aggiunto che il tempo stava finendo per negoziare un trattato legale complesso che dovrebbe superare le 400 pagine.

“Abbiamo avuto tutta l’estate completamente sprecata, un gabinetto che non capisce come funzionano i negoziati, un primo ministro che, penso, non capisce come funzionano i negoziati – perché ha l’impressione sbagliata di poter portare a termine i negoziati all’undicesima ora.”

Il capo negoziatore dell’UE, Michel Barnier, la scorsa settimana ha dichiarato di essere stato sorpreso dal fatto che il Regno Unito “sprechi tempo prezioso”, visto che Boris Johnson aveva detto ai leader dell’UE a Giugno di volere un accordo quadro entro luglio.

Un documento del Regno Unito trapelato al Sun domenica, menzionando di disordini pubblici, carenze e aumenti dei prezzi nel caso di una Brexit no-deal, è stato percepito a Bruxelles come un segno della serietà del governo di lasciare il mercato unico e l’unione doganale dell’UE senza alcun accordo.

“Sempre più persone sono giunte alla conclusione che l’ideologia Brexit batte il pragmatismo Brexit nel governo britannico”, ha detto il diplomatico. “Se il Regno Unito volesse davvero buttarsi dalla scogliera della Brexit per motivi ideologici, non ci sarebbe modo per l’UE di fermare tutto questo.” Se la posizione negoziale del Regno Unito è diventata “più pragmatica e realistica”, c’era ancora la possibilità di salvare i negoziati, hanno aggiunto.

Per l’UE, “pragmatismo” significa accettare che l’accesso senza tariffe al mercato unico richiede norme comuni in materia di ambiente, aiuti di Stato, protezione dei lavoratori e dei consumatori – una posizione respinta dal Regno Unito.

Con i colloqui che riprenderanno il 7 settembre, le fonti dell’UE sono sempre più frustrate con il capo negoziatore britannico, David Frost. “La sensazione è che David Frost agisca più come messaggero del Regno Unito che come negoziatore. Se non ottiene più spazio negoziale, i negoziati rimarranno in gravi difficoltà”, ha detto il diplomatico dell’UE.

I funzionari britannici hanno reagito accusando l’UE di rallentare i progressi insistendo sul fatto che tutte le questioni difficili dovevano essere risolte in parallelo. “L’insistenza dell’UE sul fatto che nulla può ora progredire fino a quando non avremo accettato le posizioni dell’UE in materia di pesca e politica degli aiuti di Stato è una ricetta per ritardare l’intero negoziato in un momento in cui il tempo è breve per entrambe le parti”, ha detto una fonte del Regno Unito vicino ai negoziati.

“Siamo anche di fronte alla frustrante insistenza dell’UE sul parallelismo, il che significa che non progrediranno aree diverse da queste difficili finché non ci saremo mossi verso la loro posizione su di loro. È un modo sicuro per ritardare le trattative. Da parte nostra siamo pronti a darci da fare e ad entrare nelle discussioni dettagliate sui testi giuridici, che sono ora necessari. Speriamo che l’UE faccia altrettanto.”

Si dice che Johnson abbia piena fiducia in Frost e nel team negoziale britannico.

Referendum costituzionale: è il tempo delle scelte,

Di Domenico Gallo, ex senatore e magistrato che ha collaborato con il comitato per il No al referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi.

Tratto da www.emigrazione-notizie.org

Ormai manca meno di un mese, il 20 e 21 (per gli italiani all’estero manca molto meno, circa 3-4 gg da ora) settembre saremo chiamati alle urne per approvare o respingere la riforma che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione al fine di ridurre il numero dei parlamentari: da 630 a 400 alla Camera dei Deputati, da 315 a 200 al Senato.

Non dimentichiamo che nell’ultima votazione alla Camera l’8 ottobre 2019 la riforma fu approvata quasi all’unanimità in quanto tutti i partiti si espressero a favore, salvo dissensi individuali.

Il giorno dell’approvazione dinanzi alla Camera fu inscenata una manifestazione durante la quale il capo  politico dei 5 Stelle, con delle forbici enormi tagliò platealmente una striscia di poltrone di cartone fra il tripudio generale, com’era avvenuto un anno prima quando lo stesso personaggio aveva annunciato l’abolizione della povertà.

Non v’è dubbio che all’epoca la riforma godeva di una grande popolarità poiché dava l’impressione al cittadino comune di aver messo a segno un risultato importante tagliando le poltrone alla casta. Una popolarità che i partiti, che pure nelle precedenti votazioni avevano votato contro, non avevano voluto sfidare, al punto che la stessa richiesta di sottoporre la riforma al referendum popolare appariva come una sfida al buon senso.

Il referendum fu fissato dal governo a tambur battente per il 29 marzo 2020 per evitare che il passare del tempo potesse smorzare l’onda del consenso che aveva cominciato ad affievolirsi, senonchè l’emergenza generata dalla pandemia ha scombinato questi piani.

Il disastro sanitario, economico, politico e sociale provocato dalla pandemia ci ha posto di fronte a problemi drammatici a fronte dei quali emerge tutta la vacuità di una politica che, invece di affrontare i problemi ed i bisogni reali della gente, ha cavalcato il disagio sociale per costruirsi un consenso fondato sulle illusioni dell’antipolitica.

Questa politica ha creato l’illusione che il disagio sociale sia frutto dei privilegi della casta, che dimezzare le pensioni dei parlamentari sia stato un grande successo popolare, che la nostra vita si possa migliorare discriminando gli immigrati o altre categorie di soggetti deboli, che il disagio politico che nasce dal vuoto della rappresentanza sia colpa delle istituzioni politiche rappresentative, che quindi devono essere ridimensionate, a cominciare dal Parlamento.

La riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è il frutto più significativo di questa politica di diseducazione di massa.  Quando le illusioni guidano la politica non c’è salvezza, basti pensare al disastro creato un secolo fa dal mito della “vittoria mutilata”, che provocò l’avvento del fascismo.

Adesso è giunto il tempo delle scelte ed è giunto il tempo di fare i conti con la realtà.

Dobbiamo chiederci: avere meno rappresentanti ci consentirà di far sentire meglio la nostra voce quando chiederemo giustizia sociale, investimenti, distribuzione equa delle risorse, un lavoro e una vita decente per tutti?

E’ vero che è profondamente radicato un sentimento antipolitico, che certamente non è ingiustificato, ma è una grande menzogna che col taglio del Parlamento si punisca la casta. Rimpicciolendo il Parlamento la casta diventerà ancora più oligarchica e per i cittadini sarà ancora più difficile essere rappresentati.

Il taglio dei parlamentari sommato alle norme elettorali in vigore apre una ferita nella capacità di rappresentare i cittadini, i territori, le posizioni politiche esistenti nel paese. Soprattutto al Senato dove verrà eletto un senatore ogni 302.420 abitanti, ma per i 74 collegi uninominali (a fronte degli attuali 116), il rapporto sarà di un senatore ogni 803.158 abitanti (per fare un esempio in una Regione come la Calabria con una popolazione di 1.959.000 abitanti sono previsti solo 2 collegi uninominali, a fronte dei 4 attuali).

Che vantaggio ne trarranno i cittadini italiani?

Il referendum è il momento della verità, abbiamo l’occasione con il nostro voto di far crollare questo castello di illusioni e di costringere la politica a confrontarsi con la realtà dei nostri bisogni. A differenza delle votazioni politiche nelle quali milioni di voti possono andare perduti, nel referendum costituzionale, ogni voto vale, ogni voto può fare la differenza ed ogni voto è importante perché il cittadino elettore con il suo voto diviene legislatore costituzionale: scrive la Costituzione