Sfruttati all’estero: storia di un licenziamento di massa a Barcellona

Di: Serena Salerno| Su: Diasphera|

Il trenta aprile 2020 Airbnb, la nota piattaforma on-line per gli affitti brevi, all’improvviso, mentre i miei colleghi lavoravano prestando supporto ai suoi clienti, (quel giorno ero libera), interrompeva l’accesso ai tool negando, di fatto, in maniera brusca e repentina la possibilità di lavorare a circa mille persone. Nessun preavviso, il culmine di un rapporto di lavoro usa e getta. O meglio, un preavviso c’era stato e risalirebbe al dieci aprile ma l’outsourcing per la quale lavoravamo, CPM, con sede a Barcellona, aveva prestato il fianco alla multinazionale statunitense, di cui si era aggiudicata la commessa otto anni prima, assicurando che la notizia non si spargesse nel timore di possibili ripercussioni da parte dei dipendenti.

La sera del trenta aprile, con una email dal tono apparentemente sorpreso, la manager di CPM avvisava i lavoratori che la brillante start up americana, in seguito alla grave crisi generata dalla pandemia in corso, aveva deciso di rescindere, senza possibilità d’appello, il contratto che durava ormai da otto anni e attraverso il quale aveva affidato la gestione del suo servizio clienti alla multinazionale inglese, già detentrice di altre campagne. Da quel momento l’email e la password aziendali avrebbero fatto accedere ad un futuro buio, all’insegna dell’incertezza. Frattanto noi agenti, così come eravamo definiti nel gergo aziendale, oltre alle numerose competenze linguistiche, facevamo ricorso ad inaspettate riserve di creatività e pazienza per risolvere situazioni che sfuggivano alla ridicola prevedibilità dei manuali di riferimento. Toni arroganti, pianti disperati, rabbia incontrollata, insinuazioni e minacce erano all’ordine del giorno nelle cosiddette peak season, cioè nelle alte stagioni. Il trenta aprile eravamo ormai all’apice di un’inaspettata alta stagione cominciata alla fine di febbraio e destinata ad avere un epilogo purtroppo irreversibile. Un picco la cui ridiscesa avrebbe condotto, inesorabilmente, alla fine dei soggiorni brevi (non del tutto, parrebbe che nello stesso periodo le prenotazioni negli USA siano raddoppiate rispetto all’anno precedente) e, soprattutto, del lavoro forsennato di migliaia di agenti che avevano contribuito negli anni alla costruzione dell’immagine di Airbnb grazie al supporto di prima qualità prestato, in particolar modo, presso la sede di Barcellona. Il colosso americano ci aveva spremuti fino all’ultimo attraverso la gestione di richieste di rimborso disperate, una corsa folle per il recupero del proprio denaro, il più delle volte concesso integralmente, altre parzialmente, talvolta negato perché luglio ed agosto ancora troppo lontani. I clienti, però, non volevano sentire ragione, pretendevano indietro i loro soldi, pochi accettavano l’offerta della promessa di un nuovo soggiorno tramite l’emissione di un coupon, la maggior parte aveva intuito l’entità della crisi; non era solo la malattia a preoccupare ma il veder venir meno le proprie certezze economiche: occorreva risparmiare, mettere da parte fino all’ultimo centesimo. Airbnb ha tentato di venire incontro alle richieste dei suoi clienti dando il via ad una serie di programmi di finanziamento, anche per gli host, molti dei quali, aprendo la proprio casa a degli estranei, si erano salvati dalla disoccupazione e dalla precarietà ormai strutturali del mondo del lavoro a guida neoliberista. Per entrambe le parti in causa si trattava di rastrellare quanto più denaro possibile, Airbnb sebbene propendesse a favore degli ospiti, provava ad arginare le perdite che stavano investendo i suoi anfitrioni senza i quali non ci sarebbero state più case. Personalmente, ho voluto credere fino alla fine che Airbnb non ridimensionasse i suoi centri assistenza, nell’ingenua speranza che le persone avrebbero ripreso a viaggiare in controtendenza e come terapia d’urto ai mesi di chiusura e, soprattutto, in riconoscenza alla qualità del lavoro prestato e grazie al quale la sua immagine era cresciuta nel tempo. 

Mentre consolavamo centinaia di host preoccupati per le ingenti perdite subite, inconsapevolmente,  noi agenti rasentavamo l’orlo del precipizio. Già, i primi a cadere giù sarebbero stati i “teleoperadores” perché, legalmente, questa è la definizione appropriata, tutte le altre espressioni sono solo eufemismi tipici del mondo anglosassone. Una massa di disgraziati che si urlavano tra di loro le reciproche disperazioni e frustrazioni sotto lo sguardo indifferente e beffardo del mastino a tre teste, ognuna delle quali corrispondente ad Airbnb, CPM e lo stato. Entrambe le parti tormentate dalla paura della perdita del proprio lavoro e, con esso, di quella stabilità tanto agognata ed in netto contrasto con la millantata flessibilità che nessuno in cuor suo vorrebbe. Tutti in preda al panico di perdere il controllo sulla propria vita, senza alcun margine di pianificazione. A nulla è valso il tentativo del sindacato che ci rappresentava di evitare il licenziamento mettendoci in ERTE (expediente de regulación temporal de empleo), in Italia cassa integrazione, nell’attesa che una multinazionale come CPM si ricollocasse sul mercato attraverso l’appalto di una nuova commessa dove impiegare un capitale umano già formato. La compagnia ha risposto con il ricatto: accettare il licenziamento in cambio di trentatré giorni di indennizzo per anno, anziché venti, come previsto dalla legge spagnola.

Qualche informazione in più su CPM (Counter Products Marketing) che acquisisce tale denominazione nel 1938, due anni dopo la sua nascita, in Inghilterra, come piccola azienda che offre personale per la vendita nei settori FMCG (Fast moving consumer goods), farmaceutico e governativo. La sua espansione è rapida, nel 1964 il suo volume d’affari è pari a 100.000 sterline. Nel 1984 si lancia alla conquista del mercato alimentare e di settori indipendenti. Nel 1986 apre in Irlanda e nel 1989 entra a far parte del gruppo Omnicom. Nel 1993 continua ad espandersi con l’apertura di sedi in Belgio ed in Francia. Nel 1994 comincia la cavalcata transoceanica stabilendo due sedi in Australia. Nel ‘97 l’ascesa europea è suggellata dall’apertura delle sedi in Svezia, Germania, Austria, Svizzera, Italia e Spagna. Nel 2004 l’apertura a Barcellona di un centro assistenza EMEA (Europe, Middle East and Africa), un hub multilingue, dove ho lavorato fino al 30 aprile. Tra il 2008 ed il 2009 apre altri uffici in India, Vietnam e USA. Il 2011 è la volta degli uffici a Singapore. Nel 2012 tocca alla Cina e nel 2013 ad Hong-Kong. Nel 2014 altre sedi vengono stabilite in Irlanda del Nord e Thailandia. Nel 2015 comincia la collaborazione con un partner locale nelle Filippine. Queste date, reperibili sul sito della compagnia, fanno da sfondo ai magnifici numeri che ne decantano le mastodontiche dimensioni con un volume di vendita per i suoi clienti pari a 500 milioni di dollari risultato della presenza in ben 71 mercati in tutto il mondo per i quali lavorerebbero 3500 persone, chissà se nel frattempo hanno aggiornato scalando i mille licenziati della hub di Barcellona. Purtroppo ai numeri reali non si ha mai accesso ma la domanda sorge spontanea, palesemente non si tratta di una piccola-media impresa, com’è possibile, allora, che una multinazionale che vanta una storia ottuagenaria non sia stata in grado di ricollocarsi sul mercato, avendo inoltre a disposizione una forza lavoro già formata ed inquadrata secondo la “filosofia aziendale”.

Mi dispiace molto per i tanti colleghi che solidarizzando con l’azienda, hanno creduto che non avesse gli strumenti finanziari necessari per il mantenimento dei dipendenti nell’attesa di offrire i suoi servizi e la sua reputazione ad un altro cliente.  La proposta di pagare trentatré giorni anziché venti, naturalmente, era il tentativo mal riuscito, ma che ha suscitato grandi consensi tra i lavoratori, di evitare un processo per licenziamento illegale. Non dimentichiamo che in questo momento il governo spagnolo, come quello italiano, nel tentativo di arginare l’emorragia di posti di lavoro, sta ponendo un freno ai licenziamenti. L’omicidio sociale commesso da CPM dimostra come le decisioni dei governi siano solo degli specchietti per le allodole. Un’ulteriore dimostrazione è data dal fatto che molti di noi dipendenti avevamo un contratto a tempo indeterminato che avrebbe dovuto proteggerci da eventuali licenziamenti attraverso lo sforzo, da parte dell’azienda, di ricollocarci al suo interno: i tentativi sono stati molto timidi. 

Il comportamento di CPM era alquanto prevedibile, a partire da una paga piuttosto striminzita se paragonata ad altri call center a Barcellona ed un sistema di turnazione rotativo grazie al quale risparmiare sull’assunzione del personale notturno con una paga base superiore. Purtroppo fornire numeri precisi è impossibile; anch’io mi sono sempre domandata quanto, Airbnb, l’altra testa, pagasse CPM per agente, quale fosse il bilancio della compagnia ma sono risposte che non potrò mai ottenere. So per certo che negli anni numerosi e ripetuti sono stati gli episodi di buste paga non corrette e ovviamente al ribasso, mancanti di bonus e festivi, molte delle quali ignorate addirittura dagli stessi dipendenti.

Concludo con un’annotazione emotiva: oltre alla mortificazione della perdita del lavoro, ciò che mi ha fatto più male è stata la constatazione della quasi totale assenza di una coscienza di classe, quella dei lavoratori, tristemente disintegrata e beffardamente dalla parte del padrone. Non è un’accusa, capisco i miei colleghi che come me hanno lavorato seriamente e duramente in tutti questi anni. La qualità sempre più bassa delle condizioni di lavoro genera la voglia di una ricerca perenne ed illusoria di altro, in una prospettiva di miglioramento. Mi sarei aspettata, però, in nome della coscienza di classe ormai in coma, l’innalzamento di un fronte comune nella difesa del diritto al lavoro e non una cessione immediata alle avances ingannevoli dell’azienda e la solita retorica antipolitica e, nello specifico, antisindacalista che sta contribuendo, grazie a quei partiti che ne hanno fatto la causa principale dei loro programmi, allo smantellamento del principio di rappresentanza e difesa dei diritti costituzionalmente ammessi. Ricevere poco meno di mille euro in più nel trattamento di fine rapporto non avrebbe migliorato la mia condizione di lavoratrice errante, mi avrebbe solo resa connivente di un sistema volto allo sfruttamento e abbattimento della concezione nobile di lavoro. Non possiamo fare granchè, è vero, ma ci sono occasioni nel corso della storia e della vita di ciascuno di noi in cui è indispensabile un approccio interventista, anche solo attraverso una presa di posizione.

Un magazine online per raccontare Barcellona in italiano

Di: Redazione Diasphera|

E’ da poche settimane online Barcinomag (https://barcinomag.net/), un progetto di informazione nato dall’iniziativa di un gruppo di blogger e giornalisti convinti dell’importanza dell’informazione come mezzo di emancipazione popolare. L’iniziativa nasce dall’idea di raccontare Barcellona e i Paesi Catalani in italiano, la lingua nativa di decine di migliaia di nuove e nuovi barcellonesi che negli ultimi anni hanno deciso di vivere nella capitale catalana.

Il nome “Barcino” viene dalla denominazione dell’insediamento romano che si estendeva sul monte Taber, dove oggi si trova il quartiere Gotico della città.

Il collettivo di redazione intende promuovere il dibattito politico ed il confronto attraverso lo sviluppo di un linguaggio inclusivo e la partecipazione della comunità di lettori e lettrici. Indipendente ed orizzontale, non è finanziato da partiti politici o gruppi d’interesse economico. Una piccola guida di sopravvivenza alla capitale catalana e un diario urbano pensato per raccontare le lotte quotidiane di chi la fa vivere.

Come ci racconta Fabio Barteri, uno dei promotori del progetto “la comunità italiana a Barcellona è molto nutrita e attiva, la più numerosa comunità straniera della città da almeno cinque anni. L’immigrazione italiana in Catalogna ha conosciuto un boom negli anni 2000 e da allora c’è stato un discreto fiorire di progetti web che potessero facilitare la discussione e diffondere informazioni fra le italiane e gli italiani che vivono qui. Gruppi Facebook, MeetUp, associazioni di commercianti ma anche blog e magazine online. Fra tutti i progetti, SpaghettiBCN è stato il più longevo e il più diffuso, dedicato quasi esclusivamente a notizie sulla città, eventi culturali, guide di sopravvivenza per i residenti. Per tanto tempo ha rappresentato un punto di riferimento, ma da qualche anno è inattivo. Parte della redazione di Barcino ha partecipato a un blog online che si chiamava Barnaut, ed era dedicato essenzialmente alla politica. Con Barcino abbiamo pensato di trovare un compromesso tra informazione sulla città, analisi politica e divulgazione culturale, con la speranza di costruire un piccolo strumento utile a tutte quelle persone che vengono dal nostro Paese per passare qui un periodo più o meno lungo della loro vita

E se ci toccasse di nuovo restare a casa?

Vanesa Valiño su CTXT| Tradotto da: Diasphera|

L’assenza della questione abitativa nelle agende politiche di ricostruzione è molto preoccupante. Anche la scarsa partecipazione delle città, il cui coinvolgimento è stato fondamentale durante il coronavirus, non è comprensibile.

L’obbligo di “rimanere a casa” ha rivelato i profondi difetti nel sistema abitativo che richiedono un intervento pubblico da parte di tutte le amministrazioni. Ecco alcune delle carenze più notevoli.

Confinamento impossibile. Il primo e più evidente fallimento del modello abitativo è il gran numero di persone incapaci di adempiere all’obbligo di rimanere a casa perché semplicemente non avevano un tetto sotto il quale proteggersi dal contagio. I dati ufficiali, come in molti altri aspetti legati all’edilizia abitativa, non sono chiari, tuttavia si stima che in Spagna ci siano 15.000 persone che dormono per strada.

Molti governi locali, allo scoppio della pandemia hanno reagito con agilità e dosi significative di immaginazione e, a tempo di record, hanno improvvisato centinaia di alloggi di emergenza oltre a centinaia di camere d’albergo. Così Barcellona è arrivata a offrire quasi 3000 letti per i senzatetto e altri gruppi particolarmente colpiti.

Queste strutture di emergenza, ad esempio, hanno dovuto ospitare anche donne vittime di violenza maschile le cui vite erano in pericolo. La maggior parte delle vittime, tuttavia, è dovuta rimanere 24 ore al giorno con il proprio aggressore. Al punto che le richieste di aiuto al governo sono aumentate del 57,9% durante lo stato di emergenza.

Altri confinamenti impossibili che hanno richiesto l’attenzione del pubblico sono stati quelli delle persone che vivono nelle pensioni o negli alloggi scadenti. Tutte hanno bisogno prima o poi stabilmente di case degne . Per questo, i governi locali avranno bisogno di cooperare sia con il resto delle amministrazioni che con agenti privati.

Confinamento di prima e terza classe. D’altra parte, tanti giorni a casa hanno dimostrato l’importanza della qualità dei nostri appartamenti. Le case non sono progettate per vivere il confinamento, è vero, ma il benessere essenziale non dovrebbe dipendere dal potere d’acquisto. Aspetti come la luce naturale, il comfort climatico e acustico, la connessione a Internet, l’accesso agli spazi esterni, sia per uso privato come balconi, sia per uso collettivo, come cortili e terrazze, sono decisivi nel distinguere confinamento di prima o terza classe.

Fortunatamente, l’isolamento è avvenuto in condizioni meteorologiche favorevoli. Tuttavia, tutto sembra indicare che ci sarà un nuovo confinamento. E nulla impedisce che si verifichi in periodi di freddo o caldo in cui la scarsa qualità dei nostri edifici potrebbe duplicare o triplicare il consumo di energia che è già molto elevato (secondo l’Istituto per la diversificazione e il risparmio energetico (IDAE) le case spagnole consumano il 20% dell’energia totale dello stato).

Altri aspetti chiave per valutare il comfort nell’isolamento sono stati i m2 disponibili o l’accesso agli spazi esterni. I dati dell’Osservatorio abitativo metropolitano di Barcellona identificano chiaramente le  profonde disuguaglianze abitative. In particolare, gli appartamenti delle aree ricche della capitale catalana sono, in media, tre volte più grandi, 87m2 in più, rispetto a quelli dei quartieri umili.

D’altra parte, la presenza di terrazze e balconi, sebbene faccia parte della tradizione costruttiva delle nostre città, sta scomparendo dai nuovi edifici come conseguenza dell’aumento dei costi del terreno e delle speculazioni immobiliari. Inoltre, ci sono molte case in cui le terrazze sono state coperte per guadagnare m2 di fronte alla televisione, proteggersi dal rumore delle macchine o evitare il presunto caos degli abiti appesi.

Sicuramente, insieme alla fornitura di alloggi pubblici sufficienti, incorporare criteri di qualità architettonica ed efficienza energetica nel parco esistente, in particolare per alloggi in affitto, rappresenta una delle maggiori sfide che ci attendono. Sia in previsione di nuove pandemie, sia per fermare i cambiamenti climatici e per affrontare le profonde disuguaglianze abitative.

Non a caso, il prestigioso premio per l’architettura Miss Van der Rohe del 2019 è andato a un progetto di ristrutturazione di tre grandi edifici in affitto sociale degli anni ’60, a Bordeaux, in Francia. Un progetto che non solo ha impedito la demolizione di 530 piani, ma li ha aggiornati energicamente, riducendone il consumo del 50% e li ha ampliati di oltre 20m2 attraverso estensioni modulari che hanno permesso di guadagnare spazio interno ed esterno, in tempo record, e senza ricollocare gli inquilini.

Confinamento in tempi di bolle. Negli ultimi decenni, la percentuale considerata ragionevole di reddito da dedicare al pagamento dell’alloggio è passata dal 10% a oltre il 30%. Anche prima della crisi covid-19, molte famiglie, in particolare quelle che vivono in affitto, hanno dedicato oltre il 40% dei loro stipendi all’alloggio, fino al punto che la Spagna era uno dei paesi europei in cui le famiglie dedicavano la parte più alta del loro stipendio al pagamento dell’affitto.

L’estrema vulnerabilità economica degli inquilini, caratterizzata da instabilità del lavoro e bassa capacità di risparmio, lascia immaginare che sarà la più colpita dalla disoccupazione e dalla regolamentazione dell’occupazione. In questo senso, è molto preoccupante che Madrid e la Catalogna abbiano dovuto chiudere i bandi straordinari di aiuti abitativi in poco più di una settimana a causa della valanga di richieste.

In effetti, l’aumento degli affitti negli ultimi anni coincide con una crescente concentrazione di case nelle mani di aziende e grandi proprietari, una realtà che smentisce la presunta atomizzazione della proprietà e la precarietà della classe proprietaria. In assenza di dati statali, vale la pena notare che, secondo l’Osservatorio metropolitano, a Barcellona, ​​l’ 1,6% degli appartamenti pubblici in affitto contrasta con il 32,4% delle case in affitto di proprietà di privati ​​che possiedono più di 10 immobili in città.

Un patto di stato per il diritto alla casa. Queste carenze, a causa dell’assenza di un parco pubblico in affitto, della scarsa qualità costruttiva o degli affitti abusivi, non sono casuali, né rispondono alle proprie predisposizioni genetiche. In realtà, sono le stesse ricette che la signora Ayuso (Presidente Comunidad de Madrid) continua a proporre nella “Comunidad” (Regione) di Madrid, incoraggiata dalla signora Botín e dal “Círculo de Empresarios”.

La risposta pubblica, d’altra parte, deve tenere presente gli errori che ci hanno portato a questo punto e, a sua volta, affrontare nuove sfide come la lotta ai cambiamenti climatici, la connessione universale a Internet, l’invecchiamento della popolazione o il diminuzione degli uffici e dei centri di lavoro a causa del telelavoro.

In particolare, la proposta di Barcellona è quella di promuovere un Patto statale ai massimi livelli che riunisca tutte le amministrazioni con agenti economici e sociali e consenta di presentare proposte solide all’Unione europea. Pertanto, questo patto dovrebbe contenere misure di shock che forniscano soluzioni urgenti alle migliaia di senzatetto e alle famiglie incapaci di pagare affitti impossibili e che a loro volta permettano guadagnare tempo per elaborare proposte a medio e lungo periodo.

Ridurre gli affitti ed estendere i contratti, estendere la moratoria sugli sfratti per almeno altri 6 mesi, recuperare l’uso residenziale di migliaia di appartamenti turistici e costringere i grandi proprietari terrieri a dedicare il 30% delle loro proprietà in affitto ad importi accessibili, dovrebbero essere alcune delle politiche di shock.

Altre politiche, tuttavia, richiedono un po’ più di tempo e investimenti all’altezza degli standard europei, circa all’1,5% del PIL. Qui, i 679 milioni di euro previsti nel Piano statale 2019, contrastano, ad esempio, con i 35.000 milioni che la Francia ha stanziato nello stesso periodo.

Tali risorse dovrebbero servire, tra l’altro, a promuovere una strategia statale per la riabilitazione energetica che riduca la bolletta dell’elettricità, ponga fine alla povertà energetica e generi migliaia di posti di lavoro qualificati.

Insieme alla riabilitazione, un’altra misura urgente per promuovere un’economia verde è quella di espandere il ridotto parco pubblico di case in affitto, attraverso metodi di costruzione industrializzati che, come la costruzione di container marittimi di Barcellona, ​​fanno risparmiare tempo ed energia, come anche rendere possibile un massiccio acquisto di case da parte di amministrazioni e promotori sociali a prezzi inferiori a quelli del mercato, come sta già accadendo in Francia.

Infine, un piano ambizioso deve puntare su nuovi partenariati pubblico-privato per attirare risorse e apprendimento. Come le famose Housing Associations inglesi, o partenariati pubblico-comunità con una lunga tradizione in Europa e che a Manresa, Barcellona e le Isole Baleari stanno promuovendo il cooperativismo in cessione d’uso, dove la  sostenibilità e cura reciproci sono aspetti essenziali.

Il covid-19, in breve, ha solo messo in luce il completo fallimento del modello immobiliare spagnolo ampiamente denunciato dalle organizzazioni sociali. Secondo le parole del Dr. Benito Almirante, capo delle malattie infettive dell’ospedale Vall d’Hebrón, il coronavirus è legato alla povertà, alle condizioni difficili e alla scarsa abitabilità. Quindi affrontare nuove pandemie dipenderà dall’inversione di queste situazioni.

In questo contesto, l’assenza della questione abitativa negli ordini del giorno della ricostruzione è molto preoccupante. Anche la bassa partecipazione delle città, il cui coinvolgimento è stato fondamentale durante il coronavirus, non è comprensibile. Barcellona propone, come è stato detto, un Patto di Stato per il diritto alla casa in modo che “restare a casa” sia un diritto di tutti.

Il mondo locale ha le sue proposte per prevenire nuove pandemie e invertire la crisi economica e chiede che vengano prese in considerazione. Ignorare sua esperienza e conoscenza del territorio può portare a enormi errori di cui ci pentiremo per decenni.

Vanesa Valiño è consigliera per l’edilizia abitativa del Comune di Barcellona.

Pandemia e collasso sistemico

Di: Luis González Reyes. Membro di Ecologistas en Acción| su: Revista Ecologista nº 104.| Tradotto da: Diasphera|

La pandemia del coronavirus ha messo in luce le sue molteplici vulnerabilità derivanti dalla sua eccessiva complessità in una situazione di forte stress. Il covid-19 non causa il collasso del sistema, è un punto di inflessione di quel processo.


La complessità di un sistema sociale può essere valutata con quattro indicatori: il grado di interconnessione dei nodi del sistema (le persone in questo caso), il loro livello di specializzazione, il numero di nodi (la popolazione) e la quantità, la qualità e la topografia delle informazioni in circolazione. Consideriamo i primi tre.

Il nostro ordine socioeconomico è caratterizzato da un livello molto elevato di interconnessione. Questo lo rende molto vulnerabile, poiché i problemi si diffondono rapidamente. La diffusione della pandemia attraverso le reti commerciali e turistiche è un esempio di questa vulnerabilità. È vero che l’interconnessione consente anche agli aiuti di fluire tra territori (se desiderato politicamente ed economicamente), ma ciò che mostra la crisi sanitaria ed economica, che non ha ancora assunto la sua piena dimensione, è che la vulnerabilità è qualitativamente maggiore.

Il nostro sistema ha anche un alto livello di specializzazione in termini di ciò che le persone fanno nei territori. L’autonomia economica è inesistente, soprattutto quando c’è elevata l’interconnessione, il che aumenta la vulnerabilità. In questo modo, la pandemia ci ha mostrato come le maschere non vengono fabbricate qui da noi, così come tante altre cose essenziali per affrontare una pandemia. Ciò ha agevolato la diffusione del coronavirus.

In termini di popolazione, sul pianeta ci sono più essere umani che mai. Inoltre, il nostro stile di vita è principalmente urbano. Un numero elevato di persone affollate consente una rapida diffusione di una pandemia e una maggiore mutazione del virus (poiché si infettano più persone, il che ha provocato diverse decine di ceppi di SARS-CoV-2).

Stress sistemico e pandemia

Il nostro sistema socioeconomico non è solo vulnerabile, è anche soggetto a forti situazioni di stress. Il coronavirus ha trovato un corpo già malato, il che lo ha reso molto più dannoso per il suo ospite. Possiamo elencare vari elementi di stress: crisi energetica e materiale, distruzione dell’ecosistema, cambiamento climatico o società modellate da forti disuguaglianze.

La distruzione dell’ecosistema è un elemento fondamentale dell’apparizione sempre più frequente di nuove malattie nell’uomo. Ciò è dovuto al nostro sistema di allevamento industriale con elevato sovraffollamento e maltrattamento di animali che aiuta la diffusione di malattie e il suo potenziale salto dall’animale all’uomo; al nostro maggiore contatto con la fauna selvatica derivante dalla distruzione dei loro habitat; alla distruzione degli equilibri ecosistemici che controllano la diffusione delle malattie tra le specie; alla diffusione dei vettori di infezione (come le zecche).

Sebbene il resto degli esseri viventi abbia riguadagnato terreno durante il confinamento, non bisogna commettere errori: il livello di degrado degli ecosistemi è molto profondo e ci vorranno migliaia di anni per ripristinarli. Ciò influenzerà il nostro ordine socioeconomico in diversi modi, spingendolo verso il collasso, poiché siamo profondamente eco-dipendenti.

Il cambiamento climatico pone l’accento su molteplici aspetti del sistema. Uno è quello sanitario. A seguito dell’emergenza climatica, si stanno diffondendo vettori di malattie (come la zanzara per la malaria) e si stanno scongelando ampie regioni ghiacciate, il permafrost, rilasciando agenti patogeni con conseguenze imprevedibili.

Infine, le disuguaglianze sociali hanno un ruolo importante nella diffusione del virus. Le popolazioni che hanno condizioni sanitarie peggiori (ad esempio, da una dieta meno sana) sono più colpite dalla SARS-CoV-2 e quindi aiutano il diffondere la pandemia. Le classi povere sono strutturali nel sistema.

Fallimento dell’organizzazione politica, economica e sociale

Nelle prime fasi del collasso del capitalismo globale inizia ad essere evidente che i modi di comprendere e di stare al mondo caratteristici della fase di espansione della complessità sociale non saranno fattibili in quello della semplificazione.

A livello politico, il primato neoliberista è stato espresso in molti modi. Uno è stato lo smantellamento dei servizi pubblici, a cominciare da quello sanitario, che ha portato ad un aumento dello stress sistemico. Ma, più drammatica della distruzione del pubblico è stata quella del comune, la vittoria dell’ideologia dell’individualismo. La pandemia di coronavirus mostra la sua assurdità. Non c’è alcuna possibilità che qualcuno si salvi da solo perché dipendiamo dal lavoro di così tante altre persone. Pensiamo a noi stessi come individui perché nascondiamo i rapporti di cooperazione forzata (possiamo chiamarli sfruttamento) che sostengono la nostra “individualità”. Siamo sopravvissuti nelle nostre case grazie al fatto che ci hanno portato cibo e rimosso la nostra spazzatura. Ma il coronavirus ci ha insegnato qualcos’altro: ciò che ci ha ferito di più è stata la mancanza di socializzazione, poiché questa è una delle nostre caratteristiche di specie e un elemento indispensabile per una vita dignitosa.

A livello economico, stiamo assistendo al fallimento della globalizzazione. Far funzionare il sistema come un unico insieme comporta che il fallimento di una singola parte (ad esempio, il sistema sanitario) si amplifichi e si espanda. Ma la scommessa dell’interconnessione nasconde un altro errore: questa interrelazione è articolata in diversi nodi centrali il cui malfunzionamento mette in difficoltà il resto del sistema.

Uno di questi nodi centrali è il settore finanziario, poiché l’intero sistema economico dipende dal debito, non può funzionare in contanti. La crisi del 2007/2008 venne affrontata con politiche monetarie ultra espansive (tassi di interesse molto bassi e enormi creazioni di denaro) che hanno fatto si che la crisi fosse  meno grave, a breve termine, della Grande Depressione degli anni ’30. Ora si vuole raddoppiare queste misure, ma ci sono due differenze importanti. La prima è che c’è poco spazio di manovra (ad esempio, i tassi di interesse sono già molto bassi). La seconda e fondamentale è che per almeno un paio di decenni il debito mondiale è cresciuto più velocemente del PIL o, in altre parole, il debito non è stato in grado di attivare abbastanza l’economia. Di conseguenza, la bolla finanziaria sta crescendo e il suo inevitabile scoppio è sarà più devastante.

Un altro nodo determinante sono le città. In esse abita la maggior parte della popolazione e sono i nodi principali di creazione del capitale. Ma le città sono enormemente vulnerabili. Il loro funzionamento dipende da un enorme consumo di acqua, cibo, energia e una pletora di merci che possono provenire solo da lunghe distanze, e anche da una complicata gestione dei rifiuti. Possiamo immaginare cosa accadrà alle città (e con esse all’intero sistema) quando questo flusso verrà interrotto a causa di una pandemia più dirompente della attuale o di un’altra causa. E la probabilità che ciò accada sta aumentando.

Un terzo nodo determinante è il nodo energetico. Questo dipende dai combustibili fossili, che non hanno sostituti equivalenti per potenza, disponibilità e densità di energia. Non attribuiamo alle rinnovabili proprietà che non hanno. Al momento, i prezzi del petrolio non consentono il mantenimento di una parte importante dell’industria degli idrocarburi. Uno dei fattori alla base della pandemia di coronavirus. Ciò sta portando al fallimento di molte aziende del settore e della capacità estrattiva. In uno scenario in cui probabilmente abbiamo già superato il picco del petrolio, ciò genererà una disponibilità di energia decrescente, che metterà in corto circuito settori come i trasporti e la petrolchimica, che hanno  un’alta dipendenza dai combustibili fossili. Questi settori, in particolare i trasporti, sono essenziali per mantenere in marcia il sistema.

Dopo aver esposto alcuni esempi del fallimento delle misure politiche (neoliberismo) e economico (globalizzazione), è la volta del nostro ordine sociale basato sullo Stato. Durante la crisi del coronavirus, lo Stato ha mostrato un’immagine di forza e garanzia di stabilità. In realtà è una forma di organizzazione sociale che sta mostrando il suo fallimento. Gli stati di oggi dipendono per il loro finanziamento dai mercati finanziari e dalle tasse, in ultima istanza, dal funzionamento del capitalismo. E solo con i soldi possono mantenere lo status quo. Questo è il motivo per cui sono impegnati in politiche che ci portano a situazioni di crescente vulnerabilità. Pertanto, il governo (spagnolo) del Ministero della transizione ecologica e il “partito del cambiamento” stanno compiendo strenui sforzi per recuperare la crescita economica da cui dipendono. Crescita che può solo aggravare la distruzione ambientale, che genera maggiori situazioni di stress.

L’opzione meno negativa

In conclusione, il collasso sistemico non è caratterizzato da questa pandemia, ma da una serie di malfunzionamenti che si retro-alimentano in un sistema eccessivamente complesso e stressato.

Il collasso sistemico porterà alla sofferenza sociale, poiché non siamo preparati. Tutte le opzioni che abbiamo davanti sono tutt’altro che ottimali, ma la meno negativa per la maggioranza della società è quella che si articola attorno all’idea che l’economia umana debba integrarsi armoniosamente con il resto degli ecosistemi (un metabolismo agro-ecologico), in maniera marcatamente locale, permettendo di diminuire in modo molto sostanziale il consumo di materiali ed energia. Ed è particolarmente vero se questa opzione è accompagnata da forti misure di ridistribuzione della ricchezza e dell’autonomia sociale, che necessariamente attraversano una de-mercificazione e de-saliarizzazione del soddisfacimento dei nostri bisogni. 

Senza l’alleanza tra Spagna e Italia, Germania e Francia non avrebbero cambiato posizione

Diego Díaz Alonso su Nortes | Tradotto da: Diasphera|

Giuseppe Quaresima (Avellino, 1981), è un economista italiano. Laureato all’Università di Siena, ha successivamente lavorato presso l’Università di Malaga, dove vive da un decennio, insieme alla compagna andalusa e al figlio. Non è diventato un economista per diventare milionario o per aiutare gli altri a diventare milionari, ma per cambiare il mondo. Ecco perché ha sempre combinato il lavoro accademico e di ricerca con il lavoro politico e militante. In italia à stato nelle fila Partito della Rifondazione Comunista, e in Spagna ha partecipato sin dalle sue origini a Podemos Andalucía, coordinando la segreteria per l’economia. Segue la politica italiana con la coda dell’occhio. Non gli piace la vera UE esistente, ma nemmeno condivide gli approcci pro-Italexit di una parte della sinistra italiana. Con lui al telefono facciamo una prima valutazione dell’accordo al vertice europeo e delle sue ripercussioni per la Spagna e l’Italia.

Chi vince e chi perde con l’accordo europeo?

Non dobbiamo intenderlo economicamente come un accordo di “somma zero” tra perdenti e vincitori. L’Unione europea nel suo insieme vince. Oggi il progetto europeo è rafforzato, poiché dispone di nuovi strumenti per affrontare situazioni di crisi e recessione.

Ci sono sempre gli sconfitti

In termini politici, vorrei evidenziare come sconfitti Rutte a livello generale e Pablo Casado  a un livello particolare. Alla fine Rutte, sebbene abbia ottenuto una manciata di milioni di euro e alcuni sconti, ha attirato l’attenzione e si è concentrato sulla “pirateria fiscale” dei Paesi Bassi e questo può costargli molto in termini politici. Tempo al tempo.

Enric Juliana ha parlato di un “partito olandese” in Spagna che in cui convergerebbero forze antagoniste: Casado (Partido Popular) e una parte del movimento di indipendenza catalana a favore del “quanto peggio, meglio”

Casado voleva sfruttare la situazione per indebolire il governo spagnolo, sostenendo le petizioni dei paesi “frugali”. Nessuno può capire che in questo contesto il principale partito di opposizione gioca con il benessere di tutto il popolo spagnolo per cercare di logorare il proprio rivale politico. La sua difesa delle riforme ci porta anche alle riforme della crisi del 2012. Esiste un consenso abbastanza ampio sulla necessità di cambiare il quadro: nessuno difende i tagli e il controllo della spesa in questa situazione.

Si può parlare di Piano Marshall?

Vorrei ricordare che, inizialmente, l’adesione all’MES sembrava l’unica soluzione possibile. L’accordo di questa mattina rispetto al punto di partenza è un grande passo avanti. Direi che siamo di fronte a un embrione di Piano Marshall. Sebbene le cifre non siano quelle che inizialmente sarebbero piaciute all’Italia e alla Spagna, è innegabile che con questo accordo il tabù sulla mutualizzazione del debito è caduto. Ed è essenziale per il futuro.

È molto meno denaro di quanto fosse stato discusso all’inizio e viene fornito con tagli alla politica agricola comune o ai fondi per la transizione energetica.

Onestamente credo che gli importi siano ancora insufficienti e non sarei sorpreso se tra qualche mese ci fosse un aggiornamento delle stesse. È importante ora concentrarsi sugli obiettivi, non limitarsi a sostenere questo modello di crescita, promuovere i necessari processi di trasformazione economica, sociale e produttiva. Se si fanno le cose per bene, sarà evidente che una politica espansiva è molto meglio per uscire da una crisi (e in più in una crisi di questa portata) che l’austerità e i suoi postulati fallaci.

Ci saranno adeguamenti e tagli dopo gli aiuti?

A breve termine, tutte le principali istituzioni economiche internazionali indicano la necessità di investire e aumentare la spesa pubblica. In effetti, il problema sarà dal 2022 quando aumenteranno le pressioni per ridurre il disavanzo e imboccare la strada della stabilità di bilancio. È una battaglia politica. E questa battaglia dovrà essere combattuta coraggiosamente. In una fase di crescita, ridurre il deficit e aumentare la spesa non sono incompatibili.

In Europa ci sono anche voci che ci hanno criticato per aver chiesto soldi all’UE per tutto il tempo, mentre continuiamo a non combattere l’evasione fiscale

Deve essere chiaro che la Spagna avrà bisogno di una riforma strutturale del suo sistema fiscale per poterne raccogliere di più. In Spagna c’è un problema di reddito, non di spesa. Sarebbe un errore non toccare il nostro modello fiscale. È necessario definire chiaramente chi e perché debb pagare più tasse e sembra evidente che qualsiasi riforma deve essere progressiva ed equa.

Perché l’Italia ha guidato il fronte della fermezza tra i paesi del sud?

Un piano di salvataggio avrebbe spianato la strada in Italia alla caduta dell’attuale governo e un ulteriore progresso di Salvini e dell’Euroscetticismo. Conte l’ha capito perfettamente. La fiducia degli italiani nelle istituzioni europee è crollata in meno di un decennio. È il risultato delle politiche di austerità imposte nella crisi precedente. Come la Spagna, l’Italia deve investire di più per trasformare il proprio modello di produzione, colmare il divario territoriale e sociale e poter modernizzare la propria economia. Il ricettario della precedente crisi avrebbe intensificato la recessione.

Ritieni possibile consolidare un blocco nell’Europa meridionale?

C’è feeling tra Conte e Sánchez, perseguono gli stessi obiettivi e sanno benissimo che insieme i due paesi rappresentano il 20% del PIL europeo. La costruzione di un blocco del sud in grado di mettere sul tavolo un’alternativa e una proposta chiara è stata essenziale. Senza di questo la Germania e la Francia forse si sarebbero comportate diversamente. È l’importanza della politica.

Germania e Paesi Bassi hanno divisioni reali o condividono il ruolo di poliziotto buono e poliziotto cattivo?

I Paesi Bassi e i paesi “frugali” hanno trattato questa crisi come qualsiasi altra crisi, come se si trattasse di una crisi del debito sovrano o di un’altra crisi finanziaria, e non lo è. Per capirlo basterebbe guardare a  ciò che il Regno Unito, il Giappone e gli Stati Uniti propongono. La Merkel e il suo governo hanno capito che questa crisi è diversa e che stiamo affrontando contemporaneamente uno shock di domanda e offerta. Ecco perché per la Germania l’obiettivo principale non è stata la stabilità finanziaria dei paesi, ma la difesa dello spazio comune  del mercato unico. Alla fine si è visto che Rutte era più interessato alle elezioni nel suo paese che al futuro del progetto europeo. Tanto che si è risolto con una manciata di milioni in più per i paesi “frugali” e con alcuni sconti. Questo non significa che gli interessi della Germania e dei Paesi Bassi siano antagonisti e che la Germania abbia cambiato strategia, ma si apre lì una crepa e dobbiamo approfittarne.

Si parla di economia verde, ma poi il fondo per la Transizione giusta viene tagliato?

È un peccato, ma quando si tratta di subire riduzioni degli importi, bisogna vedere dove tagliare. Tuttavia, è essenziale che i governi del Sud siano molto chiari sul fatto che non possono perdere il treno della transizione energetica. Sarebbe un disastro restare indietro. Sarà necessario tornare all’attacco su questo aspetto e integrare le risorse del fondo per la ricostruzione con risorse proprie. Non è impossibile.

Vedremo un cambiamento significativo nella politica economica dell’UE nei prossimi anni?

Abbiamo dovuto assistere a due crisi storiche affinché l’UE cambiasse direzione di marcia. È un punto di partenza. Sarà essenziale fare le cose nel modo giusto e continuare a rafforzare il blocco del sud per approfondire questo cambiamento. Attenzione, tutto questo non è abbastanza, prima o poi dovremo prendere in considerazione la riforma delle regole del gioco. I trattati attuali si sono rivelati inadeguati per far fronte alle sfide che ci attendono.

Nel riprogettare il Paese questa volta non si dimentichi l’emigrazione italiana

di Rodolfo Ricci *

Pubblicato il 09/06/2020 su Emigrazione Notizie

di Rodolfo Ricci*

Nelle diverse occasioni di uscita dalle crisi che hanno sconvolto l’Italia fin dalla sua unità, l’emigrazione è stata una delle variabili centrali: nel senso – molto negativo – di usarla come un decongestionante, come una sorta di antinfiammatorio, agevolandola e addirittura di incentivandola in modo mirato. E’ avvenuto alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900 e, ancora in modo esplicito, nel secondo dopoguerra, quando si invitarono le masse inoccupate e contadine a “imparare una lingua e andare all’estero”.

Forse in pochi lo ricordano, ma anche a ridosso del nostro presente, la cosa si è di nuovo ripetuta, solo 8 anni fa, con il messaggio lanciato ai giovani italiani da Mario Monti, in sede di investitura a Presidente del Consiglio, “a prepararsi ad una nuova mobilità nazionale ed internazionale”. Cosa che anche questa volta è puntualmente avvenuta, portando all’estero, nell’arco di un decennio quasi 2 milioni di persone e un altro milione dal sud al nord.

Sugli effetti di questo ultimo esodo si è parlato poco e talvolta a sproposito, individuandone la novità nella brillantezza dei “cervelli in fuga” e coniando perfino nuovi termini sostitutivi dell’antiquata “emigrazione”, con la libera mobilità degli “expat”.

Ma sempre di emigrazione si è trattato, a rinverdire quella antica caratteristica del sistema Italia a non sapere valorizzare al suo interno la risorsa fondamentale: il lavoro e l’intelligenza delle persone in generale e quella delle nuove esuberanti generazioni in particolare.

Carlo Levi in un famoso discorso al Senato di 50 anni fa, diceva che si trattava di una questione strutturale, legata all’arretratezza del nostro capitalismo e delle sue classi dirigenti istituzionali e politiche le quali, piuttosto che modificare in senso progressivo la struttura di classe del paese per un sviluppo più giusto e equilibrato, preferiva far evacuare fuori dal meridione e all’estero ciò che considerava sovrabbondanza di popolazione, senza neanche darsi la briga di calcolare la perdita di patrimonio umano di questa scelta che, solo nell’ultimo decennio, è ammontata a svariate decine di miliardi di Euro all’anno ed ha comportato una flessione del Pil, l’accelerazione del decremento demografico e i paralleli ed ovvi vantaggi strutturali per le aree e i paesi di arrivo dei nostri nuovi emigrati, con i quali noi dovremmo “competere”.

Ora, con l’ennesima crisi targata Covid-19, da più parti, con diversa accentuazione e sensibilità e anche con vari equilibrismi e una certa confusione, si prova a ripensare tutto. Forse si tratta dell’ultima chance o, comunque, i termini di uscita da questa ennesima crisi definiranno il profilo da ora fino al 2050.

E’ da auspicare con forza che questa volta venga messa da parte definitivamente l’obsoleta soluzione di lasciare partire la gente, sia perché, come abbiamo visto, le decine di migliaia di medici e infermieri che abbiamo in silenzio lasciato emigrare verso l’Inghilterra o la Germania negli ultimi 15 anni sarebbe bene che restino o tornino da noi, sia perché, per il nuovo sviluppo orientato ad un new green deal ecologicamente sostenibile, abbiamo bisogno dei ricercatori (che abbiamo formato a nostre spese in tanti settori), sia perché le start-up e tutto il ventaglio di nuova imprenditoria è bene che nasca e si sviluppi e crei lavoro sul suolo natio, sia infine, perché è fuori da ogni ragionevole luogo che laureati e diplomati nostrani vadano a sperimentare il precariato oltre confine contribuendo, tra l’altro, al dumping sociale sul costo del lavoro su cui è costruita la ossessiva dinamica competitiva tra sistemi produttivi, in Europa come altrove.

Per quanto riguarda l’Europa di Schengen, vale la pena ricordare, a scanso di equivoci, che “la libera circolazione” è libera se non è forzata ed unidirezionale, altrimenti è una frottola bella e buona.

L’invito è dunque quello di valutare la questione emigratoria all’interno di ogni passo per il “rilancio” che si farà con il decisivo intervento (era ora e speriamo) di programmazione dello Stato nelle sue varie articolazioni.

La crisi da coronavirus ha costretto a tornare in Italia o nelle regioni di origine decine di migliaia di giovani che hanno perso il lavoro che avevano nelle regioni del nord o all’estero. Sarebbe il caso di conoscere il numero complessivo (alcune stime parlano di oltre 100 mila persone rientrate nei tre mesi di lock down), visto che soltanto in Calabria sembra che ne siano tornati almeno in 20mila. E’ utile ricordare, tanto per fornire un elemento di confronto, che al 1° gennaio 2019, secondo l’Istat, la popolazione residente in Calabria è di 1,95 milioni, mentre i calabresi all’estero sono 413 mila. In Sicilia, su 5 milioni di residenti, abbiamo 768 mila siciliani all’estero.

Dal 2008 al 2017, sempre secondo Istat/Aire, si sono trasferiti nel centro-nord quasi un milione di persone, con un saldo negativo di – 430 mila persone. Invece verso l’estero sono partite 750 mila persone, con un saldo netto negativo di circa – 417 mila persone. Secondo diversi istituti di ricerca e associazioni dell’emigrazione che hanno fatto una media ponderata tra i dati Istat e i dati di accesso registrati dai maggiori paesi di emigrazione, la parte che va all’estero è invece tra il doppio e le tre volte il dato italiano. In questo caso il saldo negativo verso l’estero, negli anni indicati, sarebbe tra 1 e 1,25 milioni.

Sarebbe dunque molto opportuno che né i pochi rientrati, né altri, siano costretti a ripartire, ma che abbiano la possibilità di trovare occasioni di lavoro immediato e dignitoso nei luoghi di origine.

Le Consulte Regionali dell’Emigrazione dovrebbero attivarsi immediatamente per porre la questione e svolgere la loro funzione istituzionale prevista dalle diverse legislazioni regionali.

Ed è da auspicare che gli stessi emigrati che stanno tornando si organizzino per rappresentare in autonomia i loro bisogni e i loro diritti all’interno dei movimenti che, un po’ dovunque, chiedono un cambio di passo delle politiche sociali e di sviluppo locale.

Poi c’è il versante di coloro che all’estero sono rimasti: dei 60 milioni di italiani, secondo i dati delle anagrafi consolari 6 milioni sono stanzialmente all’estero. Solo 15 anni fa erano 3 milioni. Ma poi vi sono anche quelli non registrati nelle cancellazioni di residenza che, come accennato, sono un altro milione e più.

Stiamo parlando dunque di oltre il 10% della nostra popolazione, in possesso di cittadinanza. Si tratta di una regione fuori confine, seconda solo alla Lombardia per dimensioni, ma con vincoli forti e stabili con l’Italia, semplicemente perché sono italiani.

Cosa si fa, come si coinvolge questa presenza diffusa ai quattro angoli del pianeta nella riprogettazione del paese? Non si tratta forse di una occasione straordinaria per la costruzione di moderne ed efficaci relazioni, di mutuo e reciproco riconoscimento di diritti e di potenzialità che possono essere messe in campo?

In campo dove? si dirà…: intanto al sud, intanto nelle ubique aree interne di tutto lo stivale, in via di avanzato spopolamento, intanto nella promozione di un modello di turismo sostenibile, del made in Italy in generale, nel sostegno all’export delle piccole e medie imprese, delle produzioni locali e tipiche, insomma, in ogni ambito di relazioni internazionali in cui il sistema Paese, le sue regioni, le sue aree svantaggiate, dovranno necessariamente esercitarsi.

E come si fa? con quali soldi? visto che dobbiamo prepararci di nuovo ad essere parsimoniosi e attenti. Su questo vorrei essere più netto: coinvolgere seriamente l’emigrazione italiana in queste politiche e misure attive, costa una frazione di quanto costa ampliare le prerogative di tanti carrozzoni onnicomprensivi o di altri da mettere in piedi per alimentare, magari, spartizioni e clientele. Qui le istituzioni e burocrazie centrali e regionali dovrebbero fare attenzione: hanno a disposizione un patrimonio multiculturale di giovani generazioni italiane che è pronto a diventare un attore del rilancio del paese. Ed hanno anche un’occasione: quella di mettersi alla prova su efficienza e ottimizzazione di una quota di spesa pubblica evitando di spendere in modo ridondante e inopportuno, oppure in modo insufficiente, visto che da decenni non riusciamo a spendere la quota che ci spetta di Fondi comunitari…

E con chi si ragiona su tutto ciò? Questi 6 o 7 milioni di italiani all’estero hanno le loro rappresentanze, dimenticate o ignorate da tempo, ma ce le hanno: quelle nazionali e quelle regionali. E poi hanno le loro organizzazioni, nazionali e regionali, che in tempi più sensati degli attuali sono state quantomeno audite. Ecco, almeno riprendetevi il tempo di ascoltarle. Potreste scoprire, o riscoprire, cose dimenticate o completamente ignorate. Nella permanente miopia, per usare un eufemismo, che ha caratterizzato oltre un secolo di mediocre storia nazionale.

*) Segr. FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione), Vice Seg. del CGIE

Il governo approva il reddito minimo vitale di almeno 461 euro per 850.000 famiglie a rischio di povertà

Da: Eldiario.es, di Laura Olías / Marina Estévez Torreblanca| Leggi nel sito|

Il governo di coalizione ha adempiuto questo venerdì a uno dei suoi impegni legislativi: la creazione di un reddito minimo vitale contro la povertà in tutto lo Stato Spagnolo. Il Consiglio dei ministri ha approvato questo reddito minimo a livello statale, che mira a raggiungere 850.000 famiglie. L’aiuto può essere richiesto da giugno e creerà una soglia di reddito minimo su tutto il territorio nazionale, che garantirà almeno 461,5 euro al mese per le famiglie composte da una sola persona e raggiungerà i mille euro circa per le famiglie più numerose con figli a carico.

Il provvedimento è stato annunciato in una conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri dal secondo vice presidente, Pablo Iglesias, dal ministro dell’inclusione, della sicurezza sociale e della migrazione, José Luis Escrivá, e dal portavoce del ministro dell’esecutivo, María Jesús Montero.

Pablo Iglesias lo ha definito come “il più grande progresso nei diritti sociali” nella democrazia spagnola dall’approvazione della Legge sulla dipendenza nel 2006. “Non c’è libertà se una persona deve dedicare tutte le sue energie a sopravvivere e non a vivere. Non c’è libertà se non si arriva alla fine del mese “, ha sottolineato il vice presidente, che ha sottolineato che il reddito minimo vitale non è un successo del governo di coalizione” ma delle persone anonime che hanno lavorato in tutti questi anni per renderlo possibile, con un riferendosi soprattutto al terzo settore e al personale dei servizi sociali.

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Il governo di coalizione ha adempiuto questo venerdì a uno dei suoi impegni legislativi: la creazione di un reddito minimo vitale contro la povertà in tutto lo Stato Spagnolo. Il Consiglio dei ministri ha approvato questo reddito minimo a livello statale, che mira a raggiungere 850.000 famiglie. L’aiuto può essere richiesto da giugno e creerà una soglia di reddito minimo su tutto il territorio nazionale, che garantirà almeno 461,5 euro al mese per le famiglie composte da una sola persona e raggiungerà i mille euro circa per le famiglie più numerose con figli a carico.

Il provvedimento è stato annunciato in una conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri dal secondo vice presidente, Pablo Iglesias, dal ministro dell’inclusione, della sicurezza sociale e della migrazione, José Luis Escrivá, e dal portavoce del ministro dell’esecutivo, María Jesús Montero.

Pablo Iglesias lo ha definito come “il più grande progresso nei diritti sociali” nella democrazia spagnola dall’approvazione della Legge sulla dipendenza nel 2006. “Non c’è libertà se una persona deve dedicare tutte le sue energie a sopravvivere e non a vivere. Non c’è libertà se non si arriva alla fine del mese “, ha sottolineato il vice presidente, che ha sottolineato che il reddito minimo vitale non è un successo del governo di coalizione” ma delle persone anonime che hanno lavorato in tutti questi anni per renderlo possibile, con un riferendosi soprattutto al terzo settore e al personale dei servizi sociali.

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Serigne Mamadou: “Lavoriamo dodici ore per 25 euro”

|Da: elsalto.es,  di: ELEUTERIO GABÓN | Leggi nel sito|

Serigne Mamadou lavora come lavoratrore stagionale e ha viaggiato per molti anni attraverso campi in diverse province spagnole. È uno dei portavoce della campagna # RegularizaciónYa.

Durante la pandemia, il lavoro nei campi continua, anzi, assicura Serigne Mamadou, stanno lavorando il doppio. “Nei campi mancano le persone e ci chiamano di più”, dice. Il suo discorso è diventato virale quando ha registrato, un anno fa e nel momento in cui stava per iniziare la sua giornata lavorativa, un video diretto a Santiago Abascal in risposta alla politica sull’immigrazione proposta dell’estrema destra in Andalusia: “Prima gli spagnoli! … Dove sei? Il primo spagnolo sono io, perché sono sul campo a dare la canna. Sei l’ultimo degli spagnoli, perché tutto ciò che fai è formare i giovani a essere razzisti, a uccidersi a vicenda, con gli immigrati. È quello che vuoi ”, sbottò.

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Che paghino i ricchi

Da: CTXT Contexto y Acción, di Miguel Urbán

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Oggi Netflix è presente in circa due milioni di case spagnole. Non sembra che gli vada tanto male. Tuttavia la multinazionale paga più o meno le stesse tasse che paghi tu. Non ci credi? Le due filiali spagnole del gigante della produzione e distribuzione audiovisuale in streaming hanno pagato 3.146 euro come imposta di società nella loro prima dichiarazione fiscale in Spagna. E no, non manca “un milione”. Hanno pagato 3.146 euro di tasse. Per tutto l’anno 2019, che, tra l’altro, non era il loro primo anno, poichè operano nel Paese dal 2015, anche se fino ad allora non avevano mai pagato nulla. Ciononostante, visto il risultato, forse avrebbero voluto iniziare prima: sarebbero stati perfino rimborsati! A parte macabri scherzi, la fattura fiscale per la tassazione sui profitti di Netflix España equivale, approssimativamente, all’IRPEF che paga un lavoratore che fattura 24.000 euro all’anno.

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