Sfruttati all’estero: storia di un licenziamento di massa a Barcellona

Di: Serena Salerno| Su: Diasphera|

Il trenta aprile 2020 Airbnb, la nota piattaforma on-line per gli affitti brevi, all’improvviso, mentre i miei colleghi lavoravano prestando supporto ai suoi clienti, (quel giorno ero libera), interrompeva l’accesso ai tool negando, di fatto, in maniera brusca e repentina la possibilità di lavorare a circa mille persone. Nessun preavviso, il culmine di un rapporto di lavoro usa e getta. O meglio, un preavviso c’era stato e risalirebbe al dieci aprile ma l’outsourcing per la quale lavoravamo, CPM, con sede a Barcellona, aveva prestato il fianco alla multinazionale statunitense, di cui si era aggiudicata la commessa otto anni prima, assicurando che la notizia non si spargesse nel timore di possibili ripercussioni da parte dei dipendenti.

La sera del trenta aprile, con una email dal tono apparentemente sorpreso, la manager di CPM avvisava i lavoratori che la brillante start up americana, in seguito alla grave crisi generata dalla pandemia in corso, aveva deciso di rescindere, senza possibilità d’appello, il contratto che durava ormai da otto anni e attraverso il quale aveva affidato la gestione del suo servizio clienti alla multinazionale inglese, già detentrice di altre campagne. Da quel momento l’email e la password aziendali avrebbero fatto accedere ad un futuro buio, all’insegna dell’incertezza. Frattanto noi agenti, così come eravamo definiti nel gergo aziendale, oltre alle numerose competenze linguistiche, facevamo ricorso ad inaspettate riserve di creatività e pazienza per risolvere situazioni che sfuggivano alla ridicola prevedibilità dei manuali di riferimento. Toni arroganti, pianti disperati, rabbia incontrollata, insinuazioni e minacce erano all’ordine del giorno nelle cosiddette peak season, cioè nelle alte stagioni. Il trenta aprile eravamo ormai all’apice di un’inaspettata alta stagione cominciata alla fine di febbraio e destinata ad avere un epilogo purtroppo irreversibile. Un picco la cui ridiscesa avrebbe condotto, inesorabilmente, alla fine dei soggiorni brevi (non del tutto, parrebbe che nello stesso periodo le prenotazioni negli USA siano raddoppiate rispetto all’anno precedente) e, soprattutto, del lavoro forsennato di migliaia di agenti che avevano contribuito negli anni alla costruzione dell’immagine di Airbnb grazie al supporto di prima qualità prestato, in particolar modo, presso la sede di Barcellona. Il colosso americano ci aveva spremuti fino all’ultimo attraverso la gestione di richieste di rimborso disperate, una corsa folle per il recupero del proprio denaro, il più delle volte concesso integralmente, altre parzialmente, talvolta negato perché luglio ed agosto ancora troppo lontani. I clienti, però, non volevano sentire ragione, pretendevano indietro i loro soldi, pochi accettavano l’offerta della promessa di un nuovo soggiorno tramite l’emissione di un coupon, la maggior parte aveva intuito l’entità della crisi; non era solo la malattia a preoccupare ma il veder venir meno le proprie certezze economiche: occorreva risparmiare, mettere da parte fino all’ultimo centesimo. Airbnb ha tentato di venire incontro alle richieste dei suoi clienti dando il via ad una serie di programmi di finanziamento, anche per gli host, molti dei quali, aprendo la proprio casa a degli estranei, si erano salvati dalla disoccupazione e dalla precarietà ormai strutturali del mondo del lavoro a guida neoliberista. Per entrambe le parti in causa si trattava di rastrellare quanto più denaro possibile, Airbnb sebbene propendesse a favore degli ospiti, provava ad arginare le perdite che stavano investendo i suoi anfitrioni senza i quali non ci sarebbero state più case. Personalmente, ho voluto credere fino alla fine che Airbnb non ridimensionasse i suoi centri assistenza, nell’ingenua speranza che le persone avrebbero ripreso a viaggiare in controtendenza e come terapia d’urto ai mesi di chiusura e, soprattutto, in riconoscenza alla qualità del lavoro prestato e grazie al quale la sua immagine era cresciuta nel tempo. 

Mentre consolavamo centinaia di host preoccupati per le ingenti perdite subite, inconsapevolmente,  noi agenti rasentavamo l’orlo del precipizio. Già, i primi a cadere giù sarebbero stati i “teleoperadores” perché, legalmente, questa è la definizione appropriata, tutte le altre espressioni sono solo eufemismi tipici del mondo anglosassone. Una massa di disgraziati che si urlavano tra di loro le reciproche disperazioni e frustrazioni sotto lo sguardo indifferente e beffardo del mastino a tre teste, ognuna delle quali corrispondente ad Airbnb, CPM e lo stato. Entrambe le parti tormentate dalla paura della perdita del proprio lavoro e, con esso, di quella stabilità tanto agognata ed in netto contrasto con la millantata flessibilità che nessuno in cuor suo vorrebbe. Tutti in preda al panico di perdere il controllo sulla propria vita, senza alcun margine di pianificazione. A nulla è valso il tentativo del sindacato che ci rappresentava di evitare il licenziamento mettendoci in ERTE (expediente de regulación temporal de empleo), in Italia cassa integrazione, nell’attesa che una multinazionale come CPM si ricollocasse sul mercato attraverso l’appalto di una nuova commessa dove impiegare un capitale umano già formato. La compagnia ha risposto con il ricatto: accettare il licenziamento in cambio di trentatré giorni di indennizzo per anno, anziché venti, come previsto dalla legge spagnola.

Qualche informazione in più su CPM (Counter Products Marketing) che acquisisce tale denominazione nel 1938, due anni dopo la sua nascita, in Inghilterra, come piccola azienda che offre personale per la vendita nei settori FMCG (Fast moving consumer goods), farmaceutico e governativo. La sua espansione è rapida, nel 1964 il suo volume d’affari è pari a 100.000 sterline. Nel 1984 si lancia alla conquista del mercato alimentare e di settori indipendenti. Nel 1986 apre in Irlanda e nel 1989 entra a far parte del gruppo Omnicom. Nel 1993 continua ad espandersi con l’apertura di sedi in Belgio ed in Francia. Nel 1994 comincia la cavalcata transoceanica stabilendo due sedi in Australia. Nel ‘97 l’ascesa europea è suggellata dall’apertura delle sedi in Svezia, Germania, Austria, Svizzera, Italia e Spagna. Nel 2004 l’apertura a Barcellona di un centro assistenza EMEA (Europe, Middle East and Africa), un hub multilingue, dove ho lavorato fino al 30 aprile. Tra il 2008 ed il 2009 apre altri uffici in India, Vietnam e USA. Il 2011 è la volta degli uffici a Singapore. Nel 2012 tocca alla Cina e nel 2013 ad Hong-Kong. Nel 2014 altre sedi vengono stabilite in Irlanda del Nord e Thailandia. Nel 2015 comincia la collaborazione con un partner locale nelle Filippine. Queste date, reperibili sul sito della compagnia, fanno da sfondo ai magnifici numeri che ne decantano le mastodontiche dimensioni con un volume di vendita per i suoi clienti pari a 500 milioni di dollari risultato della presenza in ben 71 mercati in tutto il mondo per i quali lavorerebbero 3500 persone, chissà se nel frattempo hanno aggiornato scalando i mille licenziati della hub di Barcellona. Purtroppo ai numeri reali non si ha mai accesso ma la domanda sorge spontanea, palesemente non si tratta di una piccola-media impresa, com’è possibile, allora, che una multinazionale che vanta una storia ottuagenaria non sia stata in grado di ricollocarsi sul mercato, avendo inoltre a disposizione una forza lavoro già formata ed inquadrata secondo la “filosofia aziendale”.

Mi dispiace molto per i tanti colleghi che solidarizzando con l’azienda, hanno creduto che non avesse gli strumenti finanziari necessari per il mantenimento dei dipendenti nell’attesa di offrire i suoi servizi e la sua reputazione ad un altro cliente.  La proposta di pagare trentatré giorni anziché venti, naturalmente, era il tentativo mal riuscito, ma che ha suscitato grandi consensi tra i lavoratori, di evitare un processo per licenziamento illegale. Non dimentichiamo che in questo momento il governo spagnolo, come quello italiano, nel tentativo di arginare l’emorragia di posti di lavoro, sta ponendo un freno ai licenziamenti. L’omicidio sociale commesso da CPM dimostra come le decisioni dei governi siano solo degli specchietti per le allodole. Un’ulteriore dimostrazione è data dal fatto che molti di noi dipendenti avevamo un contratto a tempo indeterminato che avrebbe dovuto proteggerci da eventuali licenziamenti attraverso lo sforzo, da parte dell’azienda, di ricollocarci al suo interno: i tentativi sono stati molto timidi. 

Il comportamento di CPM era alquanto prevedibile, a partire da una paga piuttosto striminzita se paragonata ad altri call center a Barcellona ed un sistema di turnazione rotativo grazie al quale risparmiare sull’assunzione del personale notturno con una paga base superiore. Purtroppo fornire numeri precisi è impossibile; anch’io mi sono sempre domandata quanto, Airbnb, l’altra testa, pagasse CPM per agente, quale fosse il bilancio della compagnia ma sono risposte che non potrò mai ottenere. So per certo che negli anni numerosi e ripetuti sono stati gli episodi di buste paga non corrette e ovviamente al ribasso, mancanti di bonus e festivi, molte delle quali ignorate addirittura dagli stessi dipendenti.

Concludo con un’annotazione emotiva: oltre alla mortificazione della perdita del lavoro, ciò che mi ha fatto più male è stata la constatazione della quasi totale assenza di una coscienza di classe, quella dei lavoratori, tristemente disintegrata e beffardamente dalla parte del padrone. Non è un’accusa, capisco i miei colleghi che come me hanno lavorato seriamente e duramente in tutti questi anni. La qualità sempre più bassa delle condizioni di lavoro genera la voglia di una ricerca perenne ed illusoria di altro, in una prospettiva di miglioramento. Mi sarei aspettata, però, in nome della coscienza di classe ormai in coma, l’innalzamento di un fronte comune nella difesa del diritto al lavoro e non una cessione immediata alle avances ingannevoli dell’azienda e la solita retorica antipolitica e, nello specifico, antisindacalista che sta contribuendo, grazie a quei partiti che ne hanno fatto la causa principale dei loro programmi, allo smantellamento del principio di rappresentanza e difesa dei diritti costituzionalmente ammessi. Ricevere poco meno di mille euro in più nel trattamento di fine rapporto non avrebbe migliorato la mia condizione di lavoratrice errante, mi avrebbe solo resa connivente di un sistema volto allo sfruttamento e abbattimento della concezione nobile di lavoro. Non possiamo fare granchè, è vero, ma ci sono occasioni nel corso della storia e della vita di ciascuno di noi in cui è indispensabile un approccio interventista, anche solo attraverso una presa di posizione.

Covid-19, APPELLO INTERNAZIONALE: Tre proposte per il lavoro

da: Il Manifesto | Leggi nel sito|


Democratizing Work. Questo importante appello di oltre 3.000 ricercatori di tutto il mondo esce oggi in simultanea su 41 giornali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto

Questo appello, Democratizing Work, esce oggi in simultanea in 25 lingue su 41 testate internazionali, tra cui El Comercio, Boston Globe, Guardian, Gazeta Wyborcza, La Folha de São Paulo, The Wire, Cumhuriyet, Le Soir, Le Monde, Die Zeit, Publico, El Diario, Le Temps, South China Morning Post. In Italia gli autori hanno scelto il manifesto.

L’appello è stato firmato da oltre 3.000 accademici e ricercatori di più di 650 università del mondo. Tra questi, Elisabeth Anderson, Thomas Piketty, Dani Rodrik, Jan Werner Mueller, Chantal Mouffe, Claus Offe, Julie Battilana, Joshua Cohen, Nancy Fraser, James K. Galbraith, Axel Honneth, Jan-Werner Müller, Benjamin Sachs, Debra Satz, Nadia Urbinati, Sarah Song, Lea Ypi, Isabelle Ferreras, Dominique Méda, Saskia Sassen, Lawrence Lessig.

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Renovabis “I lavoratori dell’Est-Europa considerati come di seconda classe”

Da: RadioDom, di Weihbischof Ansgar Puff | Leggi sul sito |

L’organizzazione umanitaria Renovabis critica “le condizioni di lavoro ingiuste e malsane” dei lavoratori dell’Europa orientale in Germania. Recentemente sono state messe a fuoco le condizioni “ingiuste” dell’industria della carne.

A Coesfeld, Münster, un mattatoio ha dovuto chiudere a causa del Corona virus, ha annunciato mercoledì a Freising la Renovabis.

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Oltre 600 casi di Corona virus nei macelli della Nordrhein-Westfalen

Da: Der Spiegel, di Nils Klawitter | Leggi sul sito |

Il coronavirus dilaga tra i dipendenti delle macellerie industriali tedesche. In Nordrhein-Westfalen, tutti i lavoratori dei macelli devono ora essere sottoposti a test.

Più di 600 lavoratori nei macelli tedeschi sono ora risultati positivi al coronavirus. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavoratori a contratto rumeni, che spesso vivono in alloggi comuni angusti. Solo nello stabilimento di Müller Fleisch, vicino a Pforzheim, nelle ultime settimane ci sono stati circa 300 lavoratori infetti.

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